GERUSALEMME - L'ombra di un nuovo lotto di 1.600 alloggi, destinati
a infoltire l'espansione degli insediamenti ebraici di Gerusalemme est
- area a maggioranza araba la cui annessione a Israele non è
riconosciuta dalla comunità internazionale -, torna ad allungarsi
stasera sulle vaghe speranze di ripresa del dialogo
israelo-palestinese. Ad annunciarne il via libera è stato il ministero
dell' Interno israeliano, con un provvedimento che per alcuni
oppositori ha il sapore della provocazione e che è stata condannata,
fra gli altri, dalla Casa Bianca e dall'Autorità palestinese. E che
appare anche uno schiaffo al vicepresidente Usa, Joe Biden, in visita
oggi a Gerusalemme.
Il vice di Obama,
che è a Gerusalemme nel tentativo di rilanciare il processo di pace
dopo l'annuncio di ieri del mediatore George Mitchell dell'avvio di
una tornata di negoziati indiretti (proximity talks) dopo un anno e
mezzo di gelo, stasera ha condannato con decisione la scelta di
Israele: "Per la sostanza - ha detto Biden - e il momento scelto per
l'annuncio, in particolare con il varo dei
colloqui indiretti, è esattamente il tipo di atto che mina la fiducia
di cui ora c'è bisogno". L'iniziativa è stata resa pubblica dal
ministero - affidato nel governo di Benyamin Netanyahu a uno dei
leader della destra religiosa, Eli Yishai, del partito Shas - con uno
scarno comunicato dai toni burocratici.
Le 1.600 "unità abitative" - vi si legge - sono previste
nell'insediamento ebraico ortodosso di Ramat Shlomo, lo stesso nel
quale nel 2008 erano già state autorizzate 1.300 case, e il 30% sarà
"riservato a giovani coppie". L'area - come hanno riconosciuto fonti
ministeriali - é ben al di là della cosiddetta linea verde, ma è
annessa al territorio municipale di Gerusalemme. Cosa che, stando alla
linea del governo in carica, la rende parte inalienabile della
"capitale eterna e indivisibile d'Israele". Per ora il permesso -
rilasciato dalla commissione per la programmazione edilizia del
dicastero - non risulta essere esecutivo, ma ha comunque già il placet
del ministro Yishai. Secondo le fonti del ministero, la tempistica del
provvedimento è "casuale". Altri, tuttavia, non la pensano affatto
così.
Da Ramallah il capo negoziatore dell'Autorità nazionale palestinese
(Anp), Saeb Erekat, ha messo l'accaduto immediatamente in relazione
con la visita di Biden, affermando che l'annuncio è parte "di una
politica sistematica volta a distruggere il processo di pace". Da
parte sua il presidente palestinese, Abu Mazen, ha invocato
provvedimenti da parte della Lega Araba. Critiche severe e accuse di
sabotaggio sono venute pure da esponenti dell'opposizione israeliana e
di movimenti pacifisti come Peace Now. Per Meir Margalit, capogruppo
del Meretz (sinistra radicale sionista) al consiglio comunale di
Gerusalemme, "la scelta dei tempi e il fatto che Yishai non abbia
voluto aspettare neppure 2 o 3 giorni non sono per nulla causali": si
tratta piuttosto di "una prova di forza" della destra religiosa con lo
stesso Netanyahu, "colpevole" d'aver detto sì ai colloqui indiretti
promossi dagli Usa.
"Il comunicato del ministero dell'Interno - ha denunciato Margalit
- è un schiaffo in pieno viso al vicepresidente Biden", assestato nel
giorno dei suoi colloqui ufficiali a Gerusalemme e all'indomani
dell'invito esplicito, rivolto dal dipartimento di Stato a israeliani
e palestinesi, a evitare di disseminare di ulteriori "ostacoli" il
percorso negoziale. Uno schiaffo che, a parere dell'esponente del
Meretz, non può non essere accolto come "una provocazione tanto dagli
Stati Uniti, quanto dal primo ministro Netanyahu".