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Massimo allarme
Maurizio
Blondet, effedieffe.com,
2
gennaio 2009

Mentre continua il massacro di Gaza e da lì praticamente i media non
danno notizie, va notato
uno
sviluppo inquietante, da tener d’occhio col massimo allarme nei prossimi
giorni.
Ha
dato il via Sallai Meridor, ambasciatore di Israele in USA: «Tutto ciò
che vedete a Gaza è
fatto dall’Iran (sic) finanziato dall’Iran, i terroristi sono addestrati
dall’Iran, i rifornimenti
vengono dall’Iran, la tecnologia per fabbricare razzi a breve raggio è
iraniana. L’Iran è come
un
polipo, ha pedine nella regione e oltre la regione, mentre continua a
muovere verso
l’armamento nucleare».
Non
basta. Meridor ha aggiunto: «Questo non è un problema solo israeliano; è
collegato alla
minaccia di Mumbai (!), di Beer Sheva, o – dio non voglia – a New York,
e noi possiamo
batterlo solo se abbiamo la volontà unitaria di non lasciare che questi
terroristi uccidano i
cittadini e distruggano il nostro modo di vita».
Questo non è – o non è solo – delirio ebraico. Può essere parte di un
progetto per continuare
la
«guerra», estendendola all’Iran.
Lo
ha detto esplicitamente John Bolton, l’ebreo-americano che Bush tentò di
piazzare come
ambasciatore all’ONU, ma la cui nomina fu rigettata dal Congresso per
l’eccessivo estremismo
del
personaggio.
Parlando alla Fox, Bolton ha dichiarato che il conflitto in corso a Gaza
può portare gli USA allo
scontro con l’Iran.
«Stiamo guardando a un potenziale fronte multiplo qui», ha detto, «a un
più largo conflitto. A
questo punto fra l’Iran e la sua bomba atomica non c’è alcun ostacolo,
se non l’uso della forza
militare degli USA o di Israele».
Il
momento è propizio, ha aggiunto Bolton, perchè gli altri Stati arabi
sono ostilissimi a
Teheran, e applaudirebbero la distruzione della sua influenza
(1).
Ancora più allarmante, la stessa posizione è stata espressa dal JINSA
(l’americano «Istituto
ebraico per gli affari di sicurezza nazionale»). Questo istituto, luogo
di incontro e commistione
fra
gli interessi militari di Israele e quelli del complesso
militare-industriale, potente luogo di
potere che ebbe una parte essenziale nel precipitare la guerra all’Iraq,
ha detto per bocca del
suo
direttore esecutivo, Tom Neumann:
«I
tiri dei razzi di Hamas sono diventati a più lungo raggio e più letali
come effetto
dell’assistenza e dell’addestramento iraniano. Il ruolo dell’Iran nel
rafforzamento dell’arsenale
di
Hamas è stato putroppo sottovalutato dai media mondiali e dai leader
politici», anche se il
piede che gli iraniani hanno preso, secondo lui, in Libano e Siria
«dovrebbe essere intollerabile
per
gli Stati arabi del Mediterraneo come per la Russia, gli europei e tutti
coloro che vogliono
davvero la pace nella regione» (2).
Che
i media occidentali abbiano «sottovalutato il ruolo dell’Iran», è
un’accusa ingiusta. Non
possono parlare del massacro di Gaza senza tirarlo in ballo,ovviamente
senza alcuna prova.
Ho
sentito personalmente un giornalista di RAI3 spiegare che un razzo
caduto su non ricordo
quale villaggio israeliano s’era rivelato essere una katyusha con la
scritta Made in China; ma
«siccome non si può credere che siano i cinesi ad armare Hamas», il
razzo doveva essere
stato acquistato dall’Iran per rifornirne i palestinesi.
E
tutto ciò mentre gli stessi media israeliani ammettono che i jet di Sion
non trovano più
bersagli utili da colpire a Gaza, e i comandi israeliani si dichiarano
sorpresi dalla «debole
reazione di Hamas» agli attacchi; ovviamente priva di ogni mezzo
anti-aereo e di aviazione per
contrastare le incursioni, Hamas lancia anche meno razzi del previsto.
Persino alcuni giornalisti israeliani, come Hamira Hass e Gideon Levy,
esprimono vergogna
per
l’uso mostruosamente sproporzionato della forza dal cielo contro gli
inermi prigionieri di
Gaza.
I
media occidentali in genere tacciono più che possono sul sangue dei
bambini e le distruzioni
di
scuole e moschee, e si concentrano sui razzi che tanto fanno soffrire i
poveri israeliani.
Il
numero dei morti a Gaza, per esempio, viene sistematicamente
sottovalutato. La stampa
«libera» ripete ossessivamente numeri come «427 morti, di cui 72
civili». Ma «la seconda
cifra», ha ricordato John Holmes, il coordinatore ONU per gli affari
umanitari che è sul campo,
«non
comprende i civili che sono maschi adulti».
Quindi, tutti i maschi adulti di Gaza sono considerati terroristi. Così
ad esempio i quasi 180
cadetti di polizia massacrati il primo giorno mentre ricevevano il
diploma, erano parte di un
corpo disarmato, diciottenni che avevano trovato «quel che è così raro a
Gaza, un salario», ha
scritto la Hass. Secondo lei, anche le donne uccise mentre uscivano
dalla moschea sono
messe nella lista dei terroristi, perchè portano il velo.
(3)
Non
c’è verso che i giornali italiani riportino e precisino queste notizie.
E nemmeno il fatto che
quattro importanti rabbini «savi anziani di Sion», Yaakov Yosef, Dov
Lior, Shalom Dov Wolpe,
Meir
Mazuz, abbiano emanato un responso talmudico (l’equivalente ebraico di
una fatwa) per
condonare l’eccidio dei civili: «Quando una popolazione abitante vicino
a città ebraiche manda
bombe con l’intento di uccidere vite ebraiche, è permesso dalla legge
ebraica lanciare bombe
di
reazione, anche contro siti abitati da civili».
In
compenso, Ferdinando Adornato ha giustificato il rifiuto della tregua da
parte di Tzipi Livni, o
meglio la motivazione («La tregua legittimerebbe Hamas») sostenendo che
infatti con Hamas
«non
si può trattare, perchè odia Israele»
(4).
Sull’odio razziale israeliano per gli arabi, ci proponiamo di fornire
ampia documentazione
(5).
Ma
ora, ci basterebbe che i giornalisti italiani che coprono la «guerra» di
Gaza da Tel Avi e
Askleon, almeno segnalassero due fatti riportati dai media israeliani:
In
tutta Israele, gli arabi israeliani di qualche rilevanza (imam,
sceicchi, ma anche maestri di
scuola) vengono in questi giorni convocati dalla polizia ebraica, o
dallo Shin Beth, e minacciati;
«minaccia preventiva», per dissuadere manifestazioni a favore dei
bombardati di Gaza.
«Gli
viene comunicato che saranno ritenuti responsabili di ogni protesta, e
per questo sollevati
dalle loro funzioni», dice Abas Zkur, membro arabo della Knesset.
A
Jaffa, il capo della comunità palestinese Sami Abu Shahada s’è sentito
dire dal capo locale
dello Shin Beth: «Lei è responsabile di incitamento, di ogni pietra
lanciata. Ci sono limiti alla
democrazia. Quel che accade a Jaffa è espressione di slealtà verso
Israele». A Jaffa, il
sabato del giorno dell’attracco, 2 mila palestinesi (in teoria cittadini
israeliani) si sono riuniti in
silenzio per «commemorare i morti» della Striscia; nemmeno una pietra è
stata gettata,
nessuna violenza. Ma ci sono limiti alla democrazia, nell’unica
democrazia del Medio Oriente
(6).
I
giornali tacciono anche sul generoso uso di bombe all’uranio impoverito
da parte di Israele.
La
stampa israeliana si vanta dell’alta tecnologia di cui dispone la sua
aviazione, spiegando
che
le GBU39, le bombe intelligenti regalate dagli USA, usate con tanto
successo contro i
tunnel sotterranei verso l’Egitto, sono leggere – pesano 113 chili – ed
hanno una carica
esplosiva di soli 22,7 chili, «ma hanno la stessa capacità di
penetrazione delle bombe da 900
chili»; la loro piccola taglia consente agli F-16 di portare più bombe
ad ogni decollo, dunque di
moltiplicare i bersagli di ogni missione. Il meraviglioso segreto di
queste armi – veri missili, che
una
volta lanciate dal caccia possono percorrere 110 chilometri – è il dardo
di penetrazione,
fatto di uranio impoverito (7).
Come
noto, il dardo di uranio impoverito brucia all’impatto, e il 90% della
sua massa si riduce
in
particole ultra-piccole, nanometriche, che passano qualunque tipo di
maschera a gas (che
comunque i palestinesi non hanno); il contaminante, gas metallico
nano-particolato (più sottile
del
fumo di sigarette) viene inalato e si deposita nelle ossa, per la sua
affinità col calcio. Lì,
continua per decenni a irradiare, provocando tumori, distruzione del
sistema immunitario e
mostruose malformazioni dei feti, condannando una intera popolazione –
come in Iraq - ad una
lenta ma spaventosa estinzione.
E
gli agnelli di Sion lanciano questo tipo di bombe sulla striscia di
Gaza, il carcere a cielo
aperto con la più paurosa densità di popolazione del pianeta: 3.823
abitanti per chilometro
quadrato.
Ma
di questo equivalente post-moderno del Zyklon B, tanto più efficace per
lo sterminio, i
nostri media non parlano. Parlano invece dei «razzi di Hamas».
Nè
probabilmente i giornalisti inviati hanno tutte le colpe. Essi hanno il
divieto di entrare in
Gaza; per le loro informazioni, dipendono interamente dall’ente
appositamente creatro dai
comandi israeliani per manipolare i media: il National Information
Directorate, il cui scopo
dichiarato è di gestire la «hasbara», ebraico per «spiegazione»
(8).
A
questo organismo si devono iscrivere tutti i giornalisti che arrivano in
Giuda. E ogni
giornalista è contattato fin dalla mattina nel suo albergo, con
l’offerta di ghiotti servizi speciali:
una
visita guidata ad Askelon «sotto il fuoco dei razzi di Hamas fatti in
Iran», a parlare con «le
vittime che vivono nell’angoscia da anni»; una intervista con un
generale; ancor meglio, con un
intellettuale che spiegherà perchè, nonostante lui sia pacifista, questa
guerra è inevitabile.
E’
così per esempio che un TG nostrano ha parlato con Benny Morris, uno
storico, e gli ha
lasciato dire cose come: noi israeliani siamo come nel 1967, allora ci
fecero guerra Siria ed
Egitto, oggi siamo parimenti circondati e attaccati da Hamas ed
Hezbollah; gli arabi cittadini di
Israele sono un problema che non ci lascia tranquilli, perchè fanno più
figli di noi (dunque
bisogna cacciarli, altrimenti minacciano la nostra identità, diventiamo
minoranza nel nostro
Paese, perdiamo la purezza razziale).
L’intervista è stata comunque rivelatrice, perchè ha rivelato il fondo
psicopatico del bellicismo
israeliano; devono fare frequenti guerre per allentare la propria
angoscia psicanalitica,
bombardano per sentirsi sicuri. Il sionismo è diventato una turba
mentale, che usa i caccia
come
sedativi.
Ma
ovviamente il giornalista italiano ha ascoltato in ginocchio, senza far
notare che il razzista
diceva cose da razzista, raccomandava di fatto il genocidio, e che Hamas
non ha nemmeno un
millesimo della forza minacciosa di Egitto e Siria, i nemici del ’67,
che comunque furono
sconfitti in sei giorni. E nemmeno ha fatto notare che Israele, su Gaza
indifesa, ha lanciato più
bombe e usato più potenza di fuoco di quanto ne usò nel 1967.
Il
National Information Directorate è infatti soddisfatto del suo lavoro:
«Molte centrali mediatiche sono parecchio favorevoli ad Israele,
mostrando le nostre
sofferenze», ha detto il maggiore Avital Leibovitch portavoce del
glorioso Tsahal: «E’ il
risultato del coordinamento» che il Direttorato assicura fra l’esercito,
i ministeri, il governo.
Una
statistica del ministero degli Esteri di Tzipi Livni ha preso in
considerazione un campione di
trasmissioni radio-TV internazionali: in otto ore di notizie, 59 minuti
sono andati a interviste di
rappresentanti israeliani, e solo 19 ai morti palestinesi.
Per
questo il tam-tam neocon – la colpa è dell’Iran, bisogna colpire lì – è
particolarmente
allarmante. Non ci sarà una obiezione da parte dei media occidentali. I
neocon hanno fretta di
mettere il governo Obama davanti al fatto compiuto; agghiacciante
l’allusione della Meridor ad
un
possibile attentato iraniano a New York, come secondo lei è stato a
Mumbai (dove gli
iraniani non c’entrano per nulla, nemmeno secondo la più artificiale
delle versioni ufficiali).
Del
resto, i poteri forti americani possono vedere nell’ampliamento del
conflitto una fuga in
avanti dai loro problemi interni.
Il
2009 sarà un «annus horribilis» per l’America. Persino Harper’s Magazine
ormai invoca la
messa sotto processo dell’intera amministrazione Bush: «Nessuna
amministrazione è mai
stata così sistematicamente e così apertamente fuorilegge».
Come
sfuggire alla giustizia, si domandano il presidente e i suoi
manovratori?
(9).
Per
di più, gli USA dovranno emettere 2 mila miliardi di nuovi titoli di
debito nel 2009, effetto
dei
«salvataggi» falliti e dei «rilanci dell’economia» finanziati in
deficit; chi li comprerà?
Nel
2009, tutti gli altri Paesi industrializzati emetteranno 3 mila miliardi
di loro debito, perchè
anche loro fanno i «keynesiani», ossia accrescono la spesa pubblica per
contrastare la
depressione in corso.
Ma
non si può essere keynesiani tutti nello stesso momento. Ci sarà una
concorrenza sfrenata
tra
sovrani debitori per attrarre un pool di capitale sempre più
striminzito. La concorrenza
dovrà avvenire sull’aumento dei tassi, e questo rischia di precipitare
la rovina USA. Anzi
peggio: del capitalismo terminale come sistema.
Ciò
a cui pensano i poteri, è ormai salvare il sistema finanziario del
capitalismo terminale dalle
richieste di una gestione più responsabile della finanza, e dunque della
sua messa sotto
controllo pubblico.
Difficile. Ma ciò diventa possibile se l’Iran compie un attentato a New
York: allora la
militarizzazione della popolazione manterrà l’ordine, perchè – di nuovo
– «siamo in guerra».
In
questo quadro, una breve attenzione merita il discorso del nostro
presidente della
repubblica. Ha echeggiato certi concetti che vengono ripetuti in cerchie
politiche sempre più
vaste, a cominciare dalla Banca d’Italia: non ci sarà tolleranza per i
«profeti di sventura».
Possono essere strali rivolti verso Tremonti («profeta di sventura»,
perchè teme a ragione che
i
nostri poveri BOT non reggeranno la bufera della competizione mondiale
fra debitori, e per
questo critica Draghi), ma può essere la parola d’ordine del prossimo
futuro: d’ora in poi,
l’ottimismo è obbligatorio.
«La
democrazia ha dei limiti», come dice lo Shin Beth.
note:
1)
Paul
J. Watson, «Bolton: Gaza conflict could lead to US attack pn Iran»,
PrisonPlanet, 31
dicembre 2008.
2)
«JINSA accuses Iran of facilitating rocket attacks on Israel», Yahoo
News, 29 dicembre
2008.
3)
Matt
Brown, «Israel vows to destroy Hamas brick to brick», ABC News, 30
dicembre 2008.
4)
«Israeli rabbis: thou shall kill civilian», Press TV, 30 dicembre 2008.
5)
Ecco
alcuni esempi in inglese: 1. "There is a huge gap between us (Jews) and
our enemies
¬not
just in ability but in morality, culture, sanctity of life, and
conscience. They are our
neighbors here, but it seems as if at a distance of a few hundred meters
away, there are
people who do not belong to our continent, to our world, but actually
belong to a different
galaxy." Israeli president Moshe Katsav. The Jerusalem Post, May 10,
2001, "The
Palestinians are like crocodiles, the more you give them meat, they want
more"... Ehud Barak,
Prime Minister of Israel at the time - August 28, 2000. Reported in the
Jerusalem Post August
30,
2000 3. "[The Palestinians are] beasts walking on two legs". Menahim
Begin, speech to
the
Knesset, quoted in Amnon Kapeliouk, "Begin and the Beasts". New
Statesman, 25 June
1982. 4. "The Palestinians" would be crushed like grasshoppers... heads
smashed against the
boulders and walls". "Isreali Prime Minister (at the time) in a speech
to Jewish settlers New
York
Times April 1, 1988. Qualcuno li traduca ad Adornato.
6)
Sharon Roffe-Ofir, «Arab leaders: police threatening us», Ynet News, 31
dicembre 2008.
7)
Mireille Deiamarre, «Génocide à l’uranium appauvri à Gaza grace aux GBU
39 fournies par
le
Etats Unis», Planète non-violence, 29 dicembre 2008.
8)
Rachel Shabi, «Special spin body gets media on message, says Israel»,
Guardian, 2
gennaio 2009.
9)
Scott Horton, «Justice after Bush: prosecuting an outlaw
administration», Harper’s
Magazine, dicembre
2008.
Link
originale :
http://www.effedieffe.com/content/view/5769/167/
Link a questa pagina :
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