“Alla fase della secolarizzazione e della ‘morte di Dio’ è dunque
seguita, nel ciclo della ‘civiltà occidentale’, una fase di
rievangelizzazione all’insegna di una parodistica religione
postmoderna che è stata chiamata religio holocaustica.
Si tratta di una religio (nel senso lucreziano e oraziano di
“superstizione”) … … … per cui non abbiamo più un “avanti
Cristo” e un ‘dopo Cristo’, ma un “prima di Auschwitz’ e un ‘dopo
Auschwitz’.” (Claudio Mutti)
CANZANO 1– Permettere la libera ricerca, fare
aprire gli archivi smettendola con la storiografia asservita
all’ideologia, non crede che è l’unico modo per scoprire oltre alla
verità sull’olocausto, anche altre verità che in questi anni non ci è
stato permesso di occuparci?
MUTTI – Nel caso degli eventi che nel corso della seconda guerra
mondiale coinvolsero gran parte della popolazione ebraica d’Europa, a
ostacolare la libera ricerca non è un semplice pregiudizio ideologico,
ma un vero e proprio fanatismo fondamentalista. Lo stesso uso
generalizzato di un termine appartenente al lessico rituale come
appunto “Olocausto” (con la maiuscola obbligatoria) rivela che è stata
imposta una visione parateologica della storia; d’altronde l’uso del
termine ebraico Shoah (maiuscola parimenti obbligatoria) chiarisce con
sfacciata evidenza la matrice di tale parateologia. Alla fase della
secolarizzazione e della “morte di Dio” è dunque seguita, nel ciclo
della “civiltà occidentale”, una fase di rievangelizzazione
all’insegna di una parodistica religione postmoderna che è stata
chiamata religio holocaustica. Si tratta di una religio (nel senso
lucreziano e oraziano di “superstizione”) che ha i suoi
particolarissimi martiri e santi, i suoi miracolati, la sua
agiografia, i suoi luoghi di pellegrinaggio e addirittura un suo
specifico criterio di scansione della storia, per cui non abbiamo più
un “avanti Cristo” e un “dopo Cristo”, ma un “prima di Auschwitz” e un
“dopo Auschwitz”. Non saranno certo i leviti e gli zeloti di questa
religio a permettere di “scoprire altre verità”, in quanto “altre
verità” non possono esistere. La storiografia dunque potrà liberamente
indagare i fatti storici, solo se all’oscurantismo imposto dai nuovi
teologi saprà opporre uno spirito illuministico e il coraggio
dell’iconoclastia.
CANZANO 2– Daniel Jonah Goldhagen con il suo libro ‘I volonterosi
carnefici di Hitler’, afferma che i responsabili dell’Olocausto non
furono solo SS o membri del Partito Nazista, ma anche tedeschi comuni,
che brutalizzarono e assassinarono gli ebrei per convinzione
ideologica e per libera scelta.
MUTTI – La nota tesi dell’ebreo americano Goldhagen, secondo cui gli
“ordinary Germans” sarebbero diventati “Hitler’s willing
executioners”, non dice sostanzialmente nulla di nuovo, in quanto si
ricollega, aggiornandola in termini olocaustici, ad un vecchio filone
propagandistico ebraico-statunitense inteso a demonizzare la Germania.
Tra tutta la vasta letteratura esistente, mi limito a ricordare il
libro di Paul Winkler The Thousand Years Conspiracy: Secret Germany
behind the Mask, che, distribuito da Roosevelt negli ambienti politici
e da Eisenhower in quelli militari, diffuse la convinzione secondo cui
“il nazismo non è una teoria nuova sorta dalle ingiustizie del
Trattato di Versailles o da una crisi economica, ma è espressione
delle aspirazioni tedesche di tutti i secoli”. Anticipando la curiosa
teoria di Umberto Eco circa l’Urfaschismus, Winkler insegnava agli
Statunitensi che i Tedeschi sono nazisti – e quindi criminali –ab illo
tempore, se non ab aeterno. Il programma genocida esposto in Germany
must perish e nel Piano Morgenthau furono le logiche conseguenze di
questo razzismo antitedesco coltivato da alcuni agit-prop
ebreo-americani. Goldhagen, dunque, è solo l’ultimo arrivato.
CANZANO 3– Ancora Goldhagen, dice che l’antisemitismo germanico era
talmente diffuso, maligno, nutrito nei secoli di miti razzisti e false
teorie scientifiche da disumanizzare gli ebrei, da trasformarli
nell’immaginario collettivo in una sorta di malattia, addirittura di
forza demoniaca che si doveva eliminare a ogni costo dalla Germania.
MUTTI – Goldhagen non merita che per lui si spendano troppe parole. Lo
stesso Raul Hilberg ha liquidato il suo libro come una cosa “di nessun
valore”; per Norman G. Finkelstein si tratta di una “bizzarria” che
“sfiora il ridicolo”, in quanto, “nonostante sfoggi l’apparato di un
saggio accademico (…) si riduce a poco più di un campionario di
violenza sadica”. I volenterosi carnefici di Hitler, insiste
Finkelstein, è “zeppo di grossolano errori di interpretazione delle
fonti e di contraddizioni interne, (…) è privo di valore scientifico”.
Resta comunque il fatto che la tesi di Goldhagen è largamente diffusa
tra i pii credenti della religione olocaustica: è la tesi secondo cui
l’insofferenza per gli Ebrei costituisce una pura patologia mentale
dei Tedeschi e dei Gentili in genere, in quanto gli Ebrei sono sempre
e dovunque povere vittime innocenti. Ma, per citare ancora
Finkelstein, “nel concedere una totale innocenza agli ebrei, il dogma
dell’Olocausto conferisce a Israele e alla comunità ebraica americana
l’immunità da ogni legittima censura”.
CANZANO 4– Se tutti sapevano e condividevano lo sterminio degli ebrei,
come mai non si è trovato nessun documento firmato da Hitler sullo
sterminio e, nel bunker di Hitler non ne sapevano niente neanche la
sua dattilografa Junge Traudl, né un alto ufficiale della Wehrmacht a
lungo attivo nel gabinetto del Furer?
MUTTI – In effetti non esiste nessun documento che dimostri un ordine
o un piano generale di sterminio degli Ebrei d’Europa. Bisogna
comunque far notare che gli archivi della Bauleitung di Auschwitz
(l’ufficio responsabile della costruzione delle presunte camere a gas
di Birkenau) sono caduti intatti nelle mani dei Sovietici. Nessuno vi
ha potuto trovare un solo documento relativo ad un piano di sterminio.
L’obiezione secondo cui i documenti non esistono perché gli ordini
sarebbero stati dati oralmente e i pochi documenti esistenti sarebbero
stati distrutti, non si regge su nessuna prova.
CANZANO 5– Gli intellettuali ebrei come Marx e Freud solo per citarne
due hanno portato nella cultura occidentale delle idee che
contrariamente a quando si poteva pensare, hanno creato confusione e
allontanamento da quelli che sono i nostri ‘valori’ e la nostra
‘tradizione’, mentre loro sono sempre e comunque legati alla loro
memoria vedi il libro di David Grossman “L’uomo che corre” dove la
ricerca della identità è legata comunque alla storia di essere ebrei e
alla memoria del popolo ebraico.
MUTTI – Il problema consiste proprio nell’individuare l’identità del
presunto “popolo ebraico”. Gli ebrei non costituiscono una comunità
religiosa: ci sono ebrei atei o agnostici (lei stessa ha citato Marx e
Freud), ebrei che praticano il giudaismo, ebrei convertiti ad altre
religioni. Non costituiscono un gruppo nazionale: ci sono ebrei
statunitensi (sei milioni come minimo), ebrei israeliani, ebrei
canadesi, ebrei francesi ecc. ecc. Non sono un gruppo linguistico: ci
sono ebrei che parlano inglese, altri che parlano francese, tedesco,
ungherese, romeno, russo ecc.; gli unici che parlino una lingua
semitica sono quelli che, trasferitisi in Palestina, hanno imparato
quella sorta di neoebraico che è la lingua ufficiale dell’entità
sionista. (E ciò, tra parentesi, dovrebbe indurci a riflettere sul
concetto di “antisemitismo”. Se sono semiti coloro che parlano lingue
semitiche, ne risulta che la stragrande maggioranza degli ebrei non
sono semiti. E allora che significa propriamente “antisemitismo”?)
Tanto meno, gli ebrei sono una razza: ci sono ebrei bianchi (tra i
quali gli askenaziti sembrerebbero trarre origine per lo più da un
popolo turanico, i Cazari), ma anche negri e gialli. Secondo
un’interpretazione di scuola marxista, infine, si tratterebbe del
residuo di un “popolo-classe” che ha conservato la propria unità
grazie a un complesso di funzioni sociali ed economiche del tutto
particolari; ma è evidente che non tutti gli ebrei hanno esercitato
attività usurarie. Questa impossibilità di reperire un criterio sul
quale fondare l’identità ebraica, dunque, ha fatto sì che molti ebrei
abbiano cercato le loro radici identitarie ispirandosi al mito biblico
e rielaborandolo in maniera interessata, producendo insomma quello che
con terminologia kerényiana potremmo chiamare un “mito tecnicizzato”.
CANZANO 6– Cosa ci si può aspettare dal futuro per ‘imbavagliare la
ricerca storica’?
MUTTI - Sono infatti ben note le persecuzioni di cui sono oggetto i
revisionisti e i ricercatori rei di violare i dogmi del Pensiero
Unico. Dal 1981 ad oggi il prof. Faurisson passa da un tribunale
all’altro; Ernst Zuendel è stato condannato a cinque anni di carcere
“per aver negato l’Olocausto”; Jurgen Graf è stato costretto
all’esilio; David Irving è stato in galera un anno per aver tenuto un
discorso; e l’elenco potrebbe continuare con decine e decine di casi
verificatisi in tutto il “libero Occidente”. Che cos’altro ci si può
aspettare? La continuazione della caccia alle streghe darà luogo ad
altre condanne detentive, a nuove misure di licenziamento (come nei
casi Michel Adam, Vincent Reynouard ecc.), a bolle di scomunica come
quella emessa dagli inquisitori Gattegna & Mantelli contro l’eretico
prof. Claudio Moffa, ad ammende astronomiche, a minacce, ad
aggressioni (come accaduto a Faurisson), ad attentati contro le
librerie (vedi Librairie du Savoir), a eliminazioni fisiche (vedi
François Duprat). Assisteremo probabilmente anche ad un rilancio dei
metodi psichiatrici di repressione, come ci induce a ritenere il caso
del prof. Pallavidini, per il quale un ispettore scolastico ha
richiesto una “visita collegiale”; ed anche alla ripresa dei roghi dei
libri, come lascia presagire l’arsione di 20.972 esemplari di vari
“libri proibiti” decretata da un tribunale di Barcellona su istanza
del Centro Simon Wiesenthal e di “SOS-Razzismo-Spagna”. Temo insomma
che abbia ragione Robert Faurisson, quando afferma che il futuro è
luminoso per il revisionismo, ma oscuro per i revisionisti.
CHI E' MUTTI – Claudio Mutti è laureato in Filologia Ugrofinnica
all’Università di Bologna. Si è occupato dell’area carpatico-danubiana
sotto il profilo storico (A oriente di Roma e di Berlino, Effepi,
Genova 2003), etnografico (Storie e leggende della Transilvania, Oscar
Mondadori, Milano 1997) e culturale (Le penne dell’Arcangelo.
Intellettuali e Guardia di Ferro, Società Editrice Barbarossa, Milano
1994; Eliade, Vâlsan, Geticus e gli altri. La fortuna di Guénon tra i
Romeni, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1999). (Per ulteriori
dati bibliografici, si veda il sito informatico
www.claudiomutti.com). Il
suo interesse per il revisionismo risale agli anni Ottanta, quando
pubblica per i tipi dell’editrice La Sfinge (Parma) una decina di
studi di Carlo Mattogno e di altri storici revisionisti. Per le
Edizioni all’insegna del Veltro (da lui fondate nel 1978) ha curato la
pubblicazione del Rapporto Leuchter e di due libri di Robert
Faurisson. Insegna lettere in un liceo classico di Parma.
http://it.wikipedia.org/wiki/Claudio_Mutti
http://www.claudiomutti.com
giovanna.canzano@email.it
Link a questa pagina :
http://terrasantalibera.org/CanzanoIntervistaMutti.htm