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Cristologia e “cani giudaizzanti” in Filippesi
Prof. Luca Fantini,
TerraSantaLibera.org

Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi
operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidere!
Filippesi, 3, 2
Filippi era stata una
delle tappe del secondo viaggio missionario di Paolo (50-51 d.C.).
Vi arrivò con l’ansia e la
speranza nel cuore, dopo essere sbarcato a Neapolis, per rispondere
all’invito del misterioso Macedone, che gli era apparso in sogno a
Triade durante la notte: “Venendo nella Macedonia, aiutaci” ( Atti, 16,
9).
Era la prima città
dell’Europa a ricevere l’annuncio del Vangelo. Dopo sarebbe arrivata la
Grecia ed infine Roma. Filippi fu dunque la prima città europea ad
essere evangelizzata dal divino Apostolo e la comunità cristiana di
Filippi doveva constare in massima parte di cristiani provenienti dal
paganesimo ( Atti 16, 12-40; Fil. 2, 15-16; 3, 3-4; 4, 8-9).
Sarebbe interessante
soffermarsi sul soggiorno di Paolo a Filippi in relazione alle varie
personalità della comunità (come ad es. Lidia o la donna dotata di
facoltà sibilline e pitiche) ma non è qui possibile.
Quella ai Filippesi,
non a caso, è la lettera più calda e commovente uscita dalla penna di
Paolo.
Diffonde un serenità e
gioia spirituale, a secoli di distanza da quando fu scritta. Espressioni
quali: “Fratelli miei carissimi e desideratissimi, mio gaudio e
corona….” (4,1); “Mi è testimone Iddio di come ardentemente vi desideri
nelle viscere del Cristo Gesù” (1, 8), coinvolgono nella sua sfera
animico-spirituale anche il lettore di oggi, a dimostrazione concreta
dell’ispirazione sovrannaturale caratterizzante il pensiero paolino e la
stessa azione.
Data la particolare
comunanza spirituale che lo univa ai Filippesi, da loro soltanto
l’Apostolo aveva accettato per ben tre volte soccorsi in denaro. E
l’occasione stessa di questa lettera era ancora dovuta ad un ulteriore
invio di aiuti, non appena i Filippesi erano venuti a sapere della
prigionia del maestro a Roma. Gli aiuti furono portati personalmente da
uno di loro, Epafrodito, “questo fratello che è anche mio collaboratore
e commilitone, vostro apostolo e soccorritore della mia indigenza”
(apostolo è qui inteso nell’accezione di “inviato”).
Avvenne, nel frattempo,
che Epafrodito si ammalò gravemente, avendo dovuto sopportare ed
affrontare pericoli mortali nel corso del viaggio da Filippi a Roma: la
cosa fu subito risaputa a Filippi, portando nella comunità gravi
preoccupazioni.
Paolo ritiene così
necessario rimandare Epafrodito presso la sua comunità a Filippi:
“Accoglietelo dunque nel Signore con ogni allegrezza, e abbiate stima di
tali uomini. Egli, infatti, per la causa di Cristo ha rasentato la morte
, mettendo a repentaglio la propria vita allo scopo di supplire la
vostra assenza nel ministero di carità verso di me” (2, 29-20). Con tali
commosse parole, di somma stima spirituale e di concreta fratellanza
morale e carnale, il divino Apostolo saluta Epafrodito, sentendosi
dunque in dovere di rimandarlo presso Filippi.
Dato che per ben due volte
( 1, 25-26; 2, 24), l’Apostolo esprime la speranza di poter tornare
presto tra i suoi cristiani, si può affermare con quasi totale certezza
che la lettera venne scritta al termine della prima prigionia romana
(quando si incominciava a intravedere il felice esito dell’ormai lungo
processo),
quindi dovremmo essere intorno all’anno 63 d.C.
Come detto, è una lettera
commovente. Paolo ama in profondità i Filippesi ed è loro unito da una
autentica comunanza di spirito.
“Mi è testimone Iddio di
come ardentemente vi desideri nelle viscere del Cristo Gesù”.
Il Crisostomo rende bene
il senso del testo: Paolo è incapace di esprimere quanto (hos)
Egli ami i Filippesi, ed è così spinto ad invocare Dio stesso perché lo
manifesti.
Il divino Apostolo
desidera i Filippesi, desidera cioè di rivederli (1,26) e tale desiderio
è “con (en in senso strumentale) l’affezione (le “viscere”) del
Cristo Gesù”.
Paolo non occulta la
dolorosissima situazione in cui versa, autentico prigioniero per Cristo
da schiavo di Cristo quale è: è incatenato (1, 7) e ci dice che la
prigionia è penosa e causa di afflizione (thlipsis) (1,17; 4,13),
mette in conto la prospettiva di essere condannato a morte (1,20) e se
già in passato ha combattuto una dura lotta in nome di Cristo questa è
ancora più dura e crocifiggente (1,29-30), la sua tristezza sarebbe
raddoppiata se Epafrodito non fosse guarito (2,27-28).
Ma l’Iniziazione Cristiana
lo ha appunto iniziato ad essere autosufficiente (autarchès).
Spiritualmente autosufficiente. Egli è stato quindi iniziato a tutto, a
navigare nell’abbondanza ed a vivere nell’indigenza, in quanto radicato
nel mondo misterico soprasensibile, padroneggiava abilmente l’esteriore
avversità : prima di ricevere gli aiuti dei filippesi ha infatti vissuto
in povertà, patito la fame, sofferto il bisogno (4,11-13).
Paolo precisa, di seguito:
“Tutto posso in colui che mi dà forza”, ribadendo che l’autentica forza
mistico-iniziatica – la stessa misteriosa Forza cosmica che guidò il
Cristo nella vittoria sulla morte e nella Risurrezione - proviene dal
mondo spirituale: niente viene dalla terra!
Ma al di là di tutto
questo, ciò che interessa sono le reazioni di Paolo a questa situazione
di prigioniero, cui incombe la minaccia di una morte violenta. Egli
confessa, al riguardo, di gioire e prega i Filippesi di condividere la
sua medesima gioia, gioia dello Spirito che passa ed incede senza sosta
tramite la sofferenza più acuta. Nel mondo della tenebra, laddove si
vorrebbe cancellare la divina Presenza del Cristo, nello schianto
mortale del dolore opprimente, scaturisce invece, nell’autentico
lottatore spirituale cristiano, la luce fulgorea ed adamantina della
gioia solare primordiale, che è unità mistica ineffabile con il Cristo,
con il suo stesso corpo di luce radiante trasmutato, in quanto già
vincitore della morte e del principe tenebroso di questo mondo.
“Desidero pertanto che voi
sappiate, fratelli, come la mia condizione abbia piuttosto giovato al
progresso del Vangelo, al punto che le mie catene sono diventate palesi,
in Cristo, per tutto il pretorio e anche a tutti gli altri, e la maggior
parte dei fratelli, prendendo fiducia nel Signore a causa delle mie
catene, sempre più ardiscono annunziare la parola di Dio senza timore”
(1, 12-14).
La sua attesa è
escatologica, non immediata e transeunte. Paolo esprime sostanziale
indifferenza rispetto a vita e morte, ad una eventuale liberazione dal
carcere o ad una condanna definitiva a morte.
“La mia viva attesa e la
mia speranza mi dicono che non sarò affatto svergognato” (1,20).
Qualunque sarà il verdetto
del giudice finale, negativo o positivo, Paolo è certo che “con ogni
franchezza, come sempre, anche adesso, Cristo sarà glorificato nel mio
corpo, sia nella vita come nella morte” (1,20).
Il carcere, il dolore
della persecuzione e della tribolazione, non hanno impedito la epifania
cristologica, anzi la hanno ampliata ed estesa. La prigionia è detta
dall’Apostolo “una grazia”, nel senso di una partecipazione alle
sofferenze di Cristo, secondo il medesimo spirito testimoniato in
Corinzi 12,10: “Quando sono debole, è allora che sono forte”. I
Filippesi partecipano della grazia di Paolo, ad un livello alto, senza
dubbio superiore alla stessa offerta inviata: le catene e la possibilità
di difendere il Vangelo di fronte al tribunale sono una chiara
manifestazione di quella Forza soprannaturale che origina dal Cristo
stesso e di cui anche i Filippesi partecipano.Sia la morte sia la vita,
sono due diverse esperienze ma ugualmente funzionali alla glorificazione
del Cristo. La morte in nome di Cristo lo innalzerebbe a martire
cristiano (come poi avverrà). La vita sarebbe una vita in Cristo e
sarebbe donata per l’avanzamento spirituale e la gioia ancor più alta
dei suoi discepoli e dell’intera comunità cristiana (1, 25-26).
Ma rimane come un supremo
testamento spirituale il passo 1,21:
“Per me vivere è Cristo e
il morire un guadagno”, nel quale vita e morte si uniscono, in quanto,
nella via solare tracciata dal Cristo sul Golgota, ed inscritta a
perenni lettere di fuoco nel tessuto invisibile della terra, si percorre
quel cammino di redenzione ed affrancamento, liberazione dal pungiglione
della Morte che conduce, nella via paolina, una vera e propria teologia
mistica, alla cristificazione totale dell’essere Uomo.
La morte, ammonisce il
divino Apostolo, non è la sconfitta degli Apostoli, ma il loro
definitivo trionfo!
In tal senso, la morte in
Cristo, sarebbe per Paolo il più bel giorno di festa ed invita i suoi
discepoli a rallegrarsene: Egli si dice infatti disposto a donare il suo
sangue in rituale libagione quale supremo sacrificio, divino Olocausto
per il mondo celeste (2, 17-18).
Una continuità con tale
intensissima tensione mistica paolina la troviamo nella lettera di S.
Ignazio d’Antiochia ai romani, in cui il martire cristiano li supplica,
quasi piangendo, di non impedire che “io sia offerto a Dio in libagione,
mentre l’altare è ancora pronto”.
Vita e morte si
identificano, nell’ardita via mistica ed iniziatica paolina, in quanto
il Cristo ha portato nel mondo umano la pura, totale archetipica
immagine dell’Uomo. Il Cristo ha aperto la strada affinché
l’Uomo-Spirito – il suo autentico originario Essere – penetri e illumini
in quegli involucri caduti nella morsa della morte. Il Nuovo Adamo, il
Cristo, è la fonte di una inesauribile Forza spirituale che permette
all’uomo di riunificare la tragica separazione tra mondo sensibile e
mondo spirituale, fomite del male e dell’errore.
Il Nuovo Adamo è così il
Principio di universale guarigione e supera alla radice la tragedia del
primo Adamo, nel quale l’anima era, infine, coinvolta nel destino
mortale del corpo, la morte animica essendo una “seconda morte” rispetto
a quella del corpo.
In tal senso si entra nel
pieno della cristologia di Filippesi, rappresentata soprattutto dall’Inno
cristologico (2, 5-11), il cui valore potrebbe essere addirittura
paragonato al prologo del Vangelo di Giovanni.
L’inno, che continua la
tradizione spirituale derivante dalla liturgia dell’originaria comunità
cristiana, sulla quale questo stesso si innesta, afferma il concetto
immagine della kenosis del Cristo, ossia del suo svuotamento.
Solo rinunciando (temporaneamente) al contenuto divino della Sua
originaria luminosa sostanza, divenendo completamente uomo, il Divino
Maestro, il Cristo, poteva penetrare nel Campo della Morte. E spezzare
così l’incantesimo dell’asservimento dell’Uomo Spirito alla legge del
peccato e della morte. Come anticipato nel capitolo 53 del Libro di
Isaia il Messia avrebbe preso “la veste di un servo”:
“Di tutti gli uomini, Egli
era il più disprezzato e reietto, colmo di dolore e sofferenza. Era così
disprezzato che gli uomini si nascondevano a lui….In verità, Egli si è
addossato i nostri dolori e si è caricato delle nostre sofferenze”
Isaia, 53, 3-4.
Così Paolo afferma che il
Cristo non solo abbassò ed occultò esteriormente la sua sostanza divina,
prendendo la forma (nel senso di natura spirituale, non solo di forma ed
aspetto esteriore) di un servo per divenire simile agli uomini, ma fu
talmente obbediente al misterioso disegno del Padre che sperimentò la
morte quale supremo processo di identificazione con la sorte dell’uomo.
“…..umiliò ancora se
stesso,
facendosi obbediente fino
alla morte
e alla morte di croce!”
(2,8).
La precisazione “a morte
di croce” vuole indicare con precisione che vi è una gerarchia anche
all’interno della morte e che il Cristo, tra tutte le forme di morte,
assunse quella che esprimeva maggiormente il suo percorso di
abbassamento, di umiliazione. Quella della terribile pena capitale
riservata agli schiavi nel mondo greco-romano ed aborrita dalla
tradizione giudaica al punto tale che divenne segno di maledizione
divina (Dt 21,23).
Proprio contemplando
nell’evento della croce il punto finale dell’abbassamento di Cristo, la
terza ed ultima parte del passo (9,11) proclama la sovraesaltazione di
Cristo.
Tale esaltazione, una
reale trasfigurazione cosmica, è una conseguenza della morte e
dell’umiliazione. Il verbo “esaltare” compare spesso nel Nuovo
Testamento, in particolare nel Vangelo di Giovanni dove indica proprio
l’innalzamento del Figlio dell’uomo. Nel nome di Gesù si piega ogni
ginocchio degli esseri celestiali, di quelli terrestri e sotterranei,
come già anticipava Isaia (45,23), ed ogni voce proclama che
dall’incarnazione, dalla morte e dalla Resurrezione del Cristo è
espressa la più grande “gloria di Dio Padre” (2,11). Dal momento della
esaltazione del Cristo – nei tre giorni successivi alla crocifissione –
viene universalmente riconosciuto, in termini definitivi e perenni, il
titolo di “Signore”.
Anche se una esplicita
conclusione di carattere ascetico non è presente nell’inno, è comunque
implicita. Come Cristo, dalla sua umiliazione, ha ricavato la massima
gloria, così i cristiani, dalle persecuzioni e dall’ostilità del mondo
delle tenebre, dovranno trarre occasione di spirituale cristificazione.
Rivolgendosi ai filippesi, che stavano pagando un duro prezzo a causa
della loro fede cristiana, il divino Apostolo li esorta a non lasciarsi
intimidire, chiamandoli a serrare i ranghi per una definitiva lotta
spirituale salvifica, di cui dovevano cogliere l’essenza escatologica:
“…..a fianco a fianco
lottate per la fede suscitata dal vangelo, senza lasciarvi per nulla
intimidire dagli avversari, indizio per essi della perdizione e, al
contrario, della salvezza per voi. E questo viene da Dio, perché egli vi
ha fatto grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per
lui, sostenendo la stessa lotta in cui mi avete visto impegnato e che
ora sentite riguardarmi” (1, 27-30).
Assai di frequente, il
divino Apostolo esorta i suoi fratelli di Filippi alla gioia nello
spirito del Signore, nonostante la persecuzione e l’odio del mondo. Come
frutto di questa gioia alimentata dalla meditazione e dalla preghiera
nascerà una pneumatica pace, la “pace di Dio” (4,7).
Tale pace, già
preannunciata dal Cristo (Giov. 14,27), sorpassa ogni
intendimento umano (v. 7), poiché è razionalmente impossibile come si
possa essere felici (“Siate sempre allegri nel Signore. Ve lo ripeto
ancora: siate allegri! La vostra amabilità sia nota a tutti gli uomini:
il Signore vi è vicino. Non angustiatevi di nulla….” dice Paolo ai
fratelli di Filippi; 4, 4-5) nell’assalto demoniaco delle persecuzioni,
del dolore, delle sofferenze, della stessa prigionia. Tale gioia
spirituale non deve essere trattenuta dal cristiano, ma indistintamente
donata: anche ai propri persecutori!
“Nessuno è felice quanto
un vero cristiano” dirà infatti secoli dopo Pascal.
Nonostante Paolo vorrebbe
chiudere la missiva con il motivo sublime della gioia spirituale, non
può in quanto l’Apostolo deve assolutamente salvaguardare la purezza
dell’insegnamento cristiano donato ai fratelli filippesi dall’ennesimo
tentativo di giudaizzazione. Coloro che giudaizzano sono detti “cattivi
operai” nel senso di falsi missionari, “cani” – l’espressione è usata da
Paolo in quanto per i Giudei l’espressione indica uno degli animali
impuri per eccellenza o il non Giudeo in genere: l’Apostolo ribalta così
l’accusa accostando il Giudeo a ciò che è, nella sua stessa visione
giudaica, massimamente impuro -, “circoncisi”, in quanto deturpano
l’evoluzione spirituale deviandola verso riti somatici o fisiologici di
carattere magico-pansessualista (3,2).
Ma i veri circoncisi sono
tali, secondo lo Spirito divino. La vera circoncisione, simbolo e
strumento di integrazione nel “popolo di Dio”, è quella spirituale, il
“culto divino in Spirito”, che trascende ogni morto elemento rituale o
la dimensione meramente etnico-razziale. Paolo stesso potrebbe vantarsi
dei suoi privilegi razziali; circonciso, come voleva la stessa Legge (Gen.
17, 21), all’ottavo giorno, Israelita di razza, nato da veri Ebrei,
appartenente alla tribù di Beniamino (v. 5), la tribù che dette il primo
re di Israele e nel cui territorio erano collocati la città di
Gerusalemme e il tempio, aderente alla setta dei farisei, per zelo
persecutore dei cristiani.
“Ma quanto era per me
guadagno, questo l’ho ritenuto per Cristo una perdita. Ma anzi ritengo
che tutto sia una perdita a causa dell’eccedenza della conoscenza del
Cristo Gesù mio Signore, per il quale ho perduto tutto e tutto considero
spazzatura…..” (3, 7-8).
Perdere tutto, nell’ottica
dell’Apostolo, diviene “l’essere trovato in Cristo”.
Il Giudaismo secondo la
carne è così seppellito. Spazzato dalla via dal divino evento della
morte e della Resurrezione del Cristo.
I veri cristiani, coloro
che camminano realmente sulla strada aperta dal Cristo, strada fondata
sulla massima umiliazione, fino alla morte, e sulla esaltazione
trasfigurante, hanno cittadinanza nei cieli: il loro corpo mortale sarà
escatologicamente infine corpo di gloria (3, 20-22).
I giudaizzanti, “coloro
che camminano da nemici della croce di Cristo” (3,18) sono destinati
alla perdizione eterna, arrivando addirittura a gloriarsi di ciò che
costituisce la loro vergogna, essendo la loro vera divinità il ventre e
non lo Spirito (3,19).
Il loro dio è il ventre,
ci dice il divino Apostolo, in quanto i giudaizzanti inculcano le
tradizioni alimentari giudaiche all’interno delle comunità cristiane.
Il concetto di
“cittadinanza celeste” espresso da Paolo in tale contesto, indica la
necessità per i cristiani di ricreare sulla terra le autentiche
gerarchie spirituali vigenti nella patria celeste, al fine di abbattere
e superare l’ostacolo materialistico dei nemici della croce.
Rispetto alla visione
giudaizzante dei nemici della croce, attaccati ad una concezione
tellurica delle cose (“bramano le cose terrene” 3,19), il divino
Apostolo annuncia l’esito escatologico della Comunità Spirituale dei
fedeli, che imita l’esperienza di Paolo – prigioniero per Cristo – e ne
partecipa. Tale esito è la cittadinanza celeste sperimentata nella
terra.
Si può dunque affermare
con certezza che le originarie comunità cristiane, ispirate dall’esempio
dell’Apostolo, oltre ad essere composte da veri asceti cristiani,
autentici lottatori dello spirito che avevano già superato determinanti
prove dello Spirito, erano altresì compenetrate dalla Forza Cristo come
forza essenziale, centrale, animatrice. Tali Comunità Spirituali,
modello dell’archetipo celeste presente in terra, organicamente
vivificate dal fuoco della Passione, della Morte e della Resurrezione,
erano senza meno una scuola di ascetica disciplina spirituale che
“tratteneva” l’irruzione devastante dei giudaizzanti nemici della Croce.
Luca Fantini
Luca
Fantini, dottore di ricerca in storia della filosofia, collabora con la
nostra Redazione come consulente con particolare attenzione a problemi
filosofici, storici e alla questione giudaica.
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