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La
guerra impossibile dei refusenik di Israele
di Andrea Dessi,
Osservatorio Iraq

Gerusalemme – L’ultima guerra israeliana nella striscia di Gaza ha
ottenuto un sostegno senza precedenti da parte della popolazione dello
Stato ebraico. Secondo un recente sondaggio condotto dall’università di
Tel Aviv, l’appoggio della società israeliana per l’operazione “Piombo
fuso” ha raggiunto il livello record del 94 per cento.
In questo contesto, la minoranza che si è opposta all’azione militare è
rimasta per lo più ignorata o - peggio ancora - pubblicamente accusata
di “alto tradimento” o “simpatia per il nemico”.
Tra i gruppi che si sono opposti all’operazione militare a Gaza,
Courage to Refuse
è forse l’unico che grazie alla sua composizione
può sperare di suscitare una risposta meno ostile da parte della società
israeliana. L’organizzazione, fondata ufficialmente nel 2002 con la
pubblicazione di una lettera firmata da 50 soldati e ufficiali
appartenenti all’esercito israeliano (Idf), è infatti il primo gruppo
interamente dedicato al fenomeno dei
refusenik
in Israele.
L’organizzazione conta attualmente 628 membri, tutti soldati o
riservisti nelle file dell’Idf, che nel firmare la “lettera dei
combattenti”, pubblicata nei maggiori quotidiani d’Israele ad intervalli
continui dal 2002, hanno apertamente rifiutato di servire nell’esercito
per qualsiasi azione correlata all’occupazione dei Territori
palestinesi. “Noi, riservisti e soldati dell’Idf [..] siamo consapevoli
che i territori [occupati] non fanno parte d’Israele” afferma la
lettera, che inoltre dichiara “non continueremo a combattere al di là
dei confini del 1967”, ma “continueremo a servire nell’Idf in qualsiasi
missione il quale scopo è la difesa d’Israele. Le missioni d’occupazione
e oppressione non hanno questo scopo - e noi non ce ne renderemo
complici”.
Rifiuto di combattere
Le recenti operazioni militari a Gaza hanno di nuovo posto in rilievo
il ruolo degli obiettori di coscienza all’interno della società
israeliana. Sarebbero infatti almeno 10 i
refusenik
di questa guerra, e tutti rischiano una sentenza che va da 14 a 35
giorni di galera. In due sono già stati condannati. Tra questi, Noam
Livne, 34 anni, che attualmente studia per un dottorato in matematica.
Lo abbiamo raggiunto per telefono nella sua casa di Tel Aviv il 19
gennaio, la sera prima della sua apparizione in corte. “Ho il
presentimento che andrò in galera” dice con un tono di rassegnazione.
Per Noam non sarebbe la prima volta; è stato infatti già condannato nel
2001 a 22 giorni di prigione per aver rifiutato il richiamo alle armi
durante la seconda
Intifada. Avendo rifiutato il servizio
ancor prima della fondazione del gruppo
Courage to Refuse
nel gennaio 2002, dopo la sua scarcerazione nel 2001 ricorda come sia
“diventato molto attivo nell’opposizione all’occupazione” e sia entrato
subito in contato con il “movimento dei refusenik” che a quel tempo era
nelle prime fasi nascenti.
Avendo servito nell’esercito israeliano per più di sette anni come
ufficiale nel genio militare, Noam ci racconta come sia arrivato alla
decisione di diventare un
refusenik. “E’ stato un processo di
maturazione. Mi sono sempre opposto all’occupazione [..] il mio servizio
di leva obbligatorio è stato durante gli anni degli accordi di Oslo, un
periodo molto ottimista. Sembrava che quelli fossero gli ultimi giorni
dell’occupazione e noi dovevamo fare il necessario per mettere fine al
conflitto”.
“Allora – dice Noam - non avevo dei problemi morali con le missioni
specifiche di cui mi occupavo. Dovevo scortare i pullman scolastici dei
bambini delle colonie di Gaza. Sai non è colpa loro se sono nati nelle
colonie…”.
Dopo la conclusione del suo periodo di leva divenne di nuovo un civile,
sfruttando questo periodo per viaggiare molto, ma al suo ritorno in
Israele come studente per un primo diploma fu convocato a Nablus come
riservista nell’esercito. “Era il periodo iniziale della seconda
Intifada
– ricorda - e al tempo leggevo molto, specie la
colonna settimanale di Gideon Levy nel giornale
Ha’aretz.
Giunsi alla conclusione che l’unica ragione per la presenza dell’Idf nei
territori occupati era la protezione delle colonie e questo non aveva
niente a che fare con la sicurezza o la difesa d’Israele. Io questo non
lo posso ne giustificare ne accettare moralmente”.
Dopo essere uscito di prigione, e mentre altri come lui prendevano la
decisione di rifiutare il servizio militare durante i primi anni della
seconda Intifada,
nel gennaio 2002 venne pubblicata la ‘lettera dei combattenti’ tramite
la quale, con il passare degli anni, più di 600 soldati hanno potuto
dare voce alla loro obbiezione all’occupazione. “La nostra enfasi
speciale” nel gruppo
Courage to Refuse, dice Noam, “è di
provare a parlare alla corrente tradizionale nella società israeliana.
Noi siamo soldati, ufficiali e riservisti, ciò che la gente qui chiama
sale della terra, quindi a volte è più facile che le persone ci
capiscano. Stiamo provando a rendere i
refusenik
più facili da digerire per la società israeliana”.
Noam sostiene che lui e gli altri
refusenik
sono “disposti a servire nell’Idf solo per
questioni di difesa, ma non ad attraversare la linea verde [il confine
dello Stato Israeliano nel 1967] o a compiere niente che abbia a che
fare con l’occupazione”.
Pochi giorni dopo l’intervista abbiamo appreso che Noam è stato prima
interrogato dalle autorità militari e poi imprigionato per tre giorni
senza il diritto ad un avvocato. Ora, a differenza degli altri
refusenik,
Noam è in attesa di essere processato da una Corte militare dove rischia
anche un massimo di due anni di galera. Secondo lui questo trattamento è
dovuto al fatto che qualche giorno prima della sua apparizione in
tribunale, il 20 gennaio, abbia pubblicato un suo articolo nel sito
internet di uno dei giornali più ampiamente letti in Israele,
Yedioth Ahronoth,
pubblicamente denunciando l’azioni del proprio governo a Gaza.
Una guerra contro i
civili
Molto simile a quella di Noam è la storia di Haim Weiss, un altro dei
membri fondatori del gruppo
Courage to Refuse
ed ex-capitano delle forze corazzate dell’esercito
israeliano. Lo abbiamo incontrato in un caffè poco distante
dall’università ebraica di Gerusalemme. Anche Haim, 39 anni e padre di
tre figlie, ha ricordato il “processo” che lo ha portato a diventare un
refusenik.
Attualmente è professore di Letteratura ebraica antica all’università di
Be’er-sheba, città nel sud d’Israele ultimamente raggiunta dai razzi
sparati da Hamas dalla striscia di Gaza. Ciò nonostante non nasconde il
suo più ampio rigetto per l’ultima avanzata militare israeliana nella
Striscia: “Non credo che quello che è accaduto a Gaza sia vicino alla
definizione di crimini di guerra - dice con chiaro sdegno - Non c’era
una guerra li, non abbiamo combattuto contro soldati, ma contro donne e
bambini. L’aviazione ha distrutto la striscia di Gaza, e solo dopo è
entrato l’esercito di terra.
La maggior parte delle nostre perdite sono state causate dal fuoco
amico, e che sia chiaro mi dispiace enormemente per ognuno di loro, ma
questo è accaduto perché non c’era una vera guerra a Gaza”.
“Il concetto che si possa uccidere quante donne e bambini si voglia in
modo di non rischiare la vita dei nostri soldati – continua - non ha mai
fatto parte del dialogo morale all’interno del nostro esercito. Ma
durante la seconda guerra in Libano [2006], e specialmente durante
questa [a Gaza], non mostriamo neanche vergogna e dichiariamo
apertamente e con franchezza che uccideremo quanti civili saranno
necessari per mantenere in vita i nostri soldati. Quanti bambini
palestinesi siamo disposti a uccidere per salvare una vita?”.
Gli aspetti che più di qualsiasi altra cosa hanno indotto Haim a
dissociarsi dall’esercito sono gli eventi che lui associa ad una specie
di “guerra tribale” tra loro ed il nemico. L’attacco ed il contrattacco,
il ciclo incessante di violenza, le “rappresaglie” dell’esercito
israeliano che secondo lui non hanno alcun senso a parte il “mostrare
chi è che comanda” nei territori. Avendo firmato la lettera di
Courage to Refuse
nel 2002, un anno più tardi fu comunque costretto
per l’ultima volta a prendere parte ad una missione dell’esercito dopo
l’assassinio del ministro Rechavam Ze’evi da parte di alcuni militanti
palestinesi. “Siamo entrati a Betlemme con i carri armati”, ricorda
(precisando però che lui non prese parte nelle sparatorie ma che era il
suo reggimento a condurre l’incursione). “Iniziammo a sparare su tutto,
non credo che uccidemmo qualcuno ma abbiamo distrutto tutte le strade e
vari edifici”.
“Comunque credo che la cosa più difficile sono i posti di blocco. Stare
lì ogni giorno impedendo ai palestinesi di avere una vita normale e
decente senza alcuna buona ragione è difficile da giustificare. I posti
di blocco sono lì principalmente per difendere le colonie, non Israele”,
afferma Haim, precisando che per lui “c’è un enorme differenza tra i
due: proteggere Israele è una buona causa, ma proteggere le colonie che
sono illegali secondo qualsiasi definizione del diritto internazionale
non lo è, e io non sono disposto a prendervi parte”.
Haim Weiss ha servito come ufficiale in commando di uno dei checkpoint
più grandi nei Territori occupati che si trova sulla strada per Hebron.
Dice che “è impossibile essere lì e sperare di fare la cosa giusta,
l’unico modo per fare la cosa giusta e non essere lì affatto. Non parlo
delle cose grandi, come questa guerra [a Gaza], mi riferisco a cose come
impedire alle donne incinta di raggiungere l’ospedale, e anche se i miei
soldati provavano a fare del loro meglio in circostanze difficili questo
non è abbastanza; non basta essere cortesi o gentili, la gentilezza non
aiuta, non aiuta noi come non aiuta loro”.
Rispondendo ad una domanda sulla reazione della società israeliana alle
attività di Courage to
Refuse, Haim lascia trapassare un
accenno di sconforto nel dichiarare che lui, assieme agli altri
fondatori del gruppo, pensarono inizialmente “che la gente ci avrebbe
rispettato perché facevamo parte del sistema” e che “saremmo potuti
rimanere nella corrente tradizionale del Paese” anche dopo la decisione
di diventare refusenik.
Tuttavia, afferma oggi, “era una fantasia.
Courage to Refuse
è diventato famoso solo per due mesi, dopodiché ci
hanno subito etichettati come membri dell’estrema sinistra e quindi
esclusi dal discorso politico. Dopo quei due mesi nessuno sentiva
parlare di noi; abbiamo sprecato quel poco credito politico che avevamo
come ex-soldati, e ora nessuno dei media israeliani vuole parlare con
noi. “Ma alla fine hanno visto le nostre lettere con il numero di firme
sempre crescenti che le accompagnarono, e questo è comunque già
qualcosa”.
Tornando al conflitto attuale tra Israele ed Hamas, che descrive come
una “orribile organizzazione terroristica”, Haim dichiara con
convinzione “che non si può pensare di combatterli uccidendo centinaia
di civili innocenti; questo non risolverà il problema perché prima o
poi, tra due, cinque o anche otto mesi ricominceranno a sparare e il
rituale si ripeterà”. Tutto questo – afferma Haim - si può paragonare a
“dei bambini che litigano nell’asilo su chi ha iniziato prima. Dobbiamo
capire cosa vogliono, alcune delle loro richieste non sono
irragionevoli; dobbiamo trovare modi per parlare con loro, non c’è altra
soluzione”.
La pace impossibile
Nel chiedere ad entrambi gli intervistati di descrivere le loro paure e
speranze per il futuro, Haim Weiss dice di “volere che entrambi le parti
posino le armi per una settimana”, sperando che questo possa innescare
un dialogo tra loro. “Spero che l’America si assumi le proprie
responsabilità – aggiunge - deve assumere il ruolo del fratello maggiore
nel limitare la pazzia di quello minore [Israele]”.
Noam Livne d’altro canto appare più pessimista nel dichiarare che “al
momento non appare esserci nessuna speranza per Israele di diventare un
paese normale”, aggiungendo che la sua speranza “è che nel futuro ci sia
speranza”. “La gente qui [in Israele] – dice - davvero non crede nella
possibilità di vivere in pace. Questo è terribile per me, perché non ho
nessuna voglia di vivere qui se davvero è cosi. La mia paura è che la
democrazia israeliana si stia disintegrando”.
di Andrea Dessi,
Osservatorio Iraq
(26
gennaio 2009)
Link originale :
http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=7031
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/Gaza-Refusenik2009.htm
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