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La Redazione di TerraSantaLibera.org
La
Memoria unilaterale
Maurizio Blondet
18 gennaio 2009, per
effedieffe.com

L’Annunziata, ad «Anno Zero», ha attribuito a merito di Israele il fatto
che si sia ritirato
unilateralmente da Gaza. Oggi quindi, l’Annunziata e tutti gli altri
lekka-kippa esalteranno il
fatto
che Israele abbia deciso una tregua «unilaterale».
Invece, la unilateralità della tregua configura in sè un ulteriore
crimine contro l’umanità.
Con
essa, Israele vuole ostentatamente dimostrare che spregia i palestinesi,
non li ritiene
esseri
umani all’altezza di trattare; e Gaza, uno zoo pieno di belve. Per
qualche motivo, Israele
ha
deciso di entrare nello zoo di sua proprietà per massacrare un certo
numero di bestie che
ritiene pericolose; finito il massacro, smette. Non c’è nessun bisogno
di stringere trattati con
animali, di prendere impegni giuridici verso le bestie.
Ovviamente, i capi israeliani dicono – e lo dichiarano – che con il
ritiro unilaterale non vogliono
riconoscere ad Hamas la dignità di entità governativa; ma questo è il
meno. Decretando
unilateralmente la tregua, Israele evita di impegnarsi a riaprire i
valichi ai soccorsi alimentari e
medici, arrogandosi la prerogativa di continuare ad affamare un milione
e mezzo di palestinesi
abbandonati fra le macerie.
Non si
impegna a riconoscere il diritto della gente di Gaza a vivere con
qualche sicurezza nei
suoi
angusti confini, nè con qualunque altro diritto minimo.
Peggio
e di più: Israele proclama implicitamente che anche quella minuscola
striscia, in cui ha
ammassato un milione e mezzo di sue vittime, è pur sempre terra «sua»;
terra in cui si riserva
di
entrare a suo arbitrio, e che ha intenzione di riprendersi a piacere,
quando lo riterrà
opportuno, in ogni momento, senza farsi carico di quegli abitanti
estranei, inferiori, senza voce
umana
– che per Giuda sono meno che nulla.
La
tregua «unilaterale», come il ritiro unilaterale, è un modo per non
firmare accordi che
Israele vuole comunque violare, per non riconoscere il diritto
internazionale e umanitario, e non
ritenersi soggetta alle norme della umanità, riconfermate a Norimberga.
Questo
atteggiamento è il risultato di un’educazione, quella del Talmud, che
viene ai bambini
ebrei
insegnata nelle scuole ebraiche, agli studenti «religiosi» nelle
yeshivoth, ai giovani adulti
nelle
università, come quella di Haifa: che i non-ebrei sono «animali
parlanti».
Anche
quando smette di sparare e di uccidere «unilateralmente», Israele
commette un crimine
contro
l’umanità, perchè non riconosce l’umanità del nemico, come di tutti gli
altri esseri umani,
alle
cui proteste e ai cui rimproveri – ostentatamente – resta insensibile,
come fossero strida
di
scimmie o di uccelli.
L’educazione talmudica stessa, in quanto insegna il suprematismo
razzista e il disprezzo totale
verso
il prossimo, è un crimine contro l’umanità.
L’ideologia sionista, alimentata dal disprezzo talmudico per gli altri
uomini, è essa stessa un
crimine contro la pace, perchè giustifica l’aggressione immotivata, ed
incita alla crudeltà, allo
scempio di cadaveri
(1).

Ed uno
Stato con questa ideologia, armato di 200 testate atomiche, è pericoloso
per il mondo
intero.
Ma
noi, in questi giorni, abbiamo visto che il povero popolo di Gaza è una
società umana;
capace
di far funzionare ospedali, di organizzare scuole per i suoi bambini, di
curare i suoi
feriti
nelle condizioni più impossibili; ha i suoi medici e i suoi conduttori
di ambulanze capaci di
eroica
abnegazione, ha i suoi maestri perchè vuole che i suoi bambini imparino
a leggere e
scrivere, ha (aveva) una università; ha tutori dell’ordine e regolatori
del traffico; è capace, nella
disperazione, di aggrapparsi alla fede in Dio, e quando tutti i suoi
figli sono uccisi, di gridare
«non
mi resta che Allah».
Anche
senza Hamas, questa società così riconoscibilmente umana, che sa
provvedere a se
stessa
(2),
ha diritto a che il mondo le riconosca il diritto ad esistere. E che il
mondo ingiunga
all’aggressore di garantire il diritto alla vita di questa società,
aprendo i valichi, lasciando che
gli
altri – non Israele, non certo Israele – li nutra e li curi dopo la
distruzione.
Hamas
«non riconosce il diritto all’esistenza di Israele?».
Se pur
fosse vero, è la risposta reciproca, perfettamente simmetrica, al fatto
che Israele non
riconosce il diritto ai palestinesi ad esistere; non solo come Stato, ma
come società umana.
«Hamas
spara i razzi», e questo giustifica lo sterminio? Hamas «è armato
dall’Iran»?
In
queste atroci tre settimane, abbiamo avuto la prova che Hamas non aveva
affatto quelle
armi,
che Giuda ci assicurava ottenute attraverso i tunnel di Rafah, causa
pretesa della
«guerra».
Non
aveva missili anti-aerei, non aveva missili anticarro guidati a filo di
cui disponeva Hezbollah
nel
2006, e che seppe usare così bene contro l’aggressore.
Non
aveva che qualche kalashnikov, qualche granata.
Quanto
ai razzi Kassam, sono artifici fatti in casa, il cui propellente è
fabbricabile con prodotti
semplici e disponibili: qualche sacco di fertilizzante chimico al
nitrato.
Inoltre, i tunnel di Rafah sboccano in Egitto. Israele ci vuol far
credere che l’Egitto, in combutta
con
Teheran, ha lasciato passare cannoni e missili destinati ad Hamas sul
suo territorio?
Infatti non c’è altra via per il passaggio di armi; e i carichi devono
essere stati grossi,
voluminosi, impossibili da dissimulare. Israele implica una complicità
dell’Egitto?
Pare
di no, perchè tratta il cessate il fuoco con l’Egitto, in modo che
l’Egitto poi riferisca i suoi
desideri ad Hamas, la bestia con cui non tratta.
E
allora?
Israele mente, ora lo vediamo chiaramente. Come ha mentito sulle
fantomatiche armi di
distruzione di massa di Saddam, fornendo anche falsa intelligence. Come
ha mentito quando
fingeva di «far la pace» con Abu Mazen, e intanto il capo del governo di
allora, l’attuale
ministro della Guerra generale Ehud Barak, accelerava l’insediamento di
coloni ebraici fanatici
nel
territorio cisgiordano, «riconosciuto» a parole come altrui.
Abbiamo dunque motivo di ritenere che menta anche quando assicura che
deve bombardare
l’Iran, perchè Teheran si sta fabbricando la bomba atomica, nonostante
che l’ente
internazionale a ciò preposto e universalmente riconosciuto competente
in materia di controllo
nucleare, la AIEA, i cui tecnici esperti hanno accesso alle
installazioni iraniane, dica il
contrario.
Israele non crede alla AIEA. Perchè? Forse perchè non riconosce alcun
organismo
internazionale? O perchè ritiene i tecnici AIEA solo «animali parlanti»,
e non esseri umani?
Ma
passi. Cancelliamo tutto il ragionamento. Ammettiamo pure che Israele
abbia
politicamente ragione a voler rovesciare Hamas.
Anche
in questo caso, ha commesso crimini disumani, atrocità vergognose, ha
usato armi
proibite, ha infranto norme internazionali, a cominciare dal diritto
sancito a Norimberga.
Per
disciplinare quel milione e mezzo di persone, la metà delle quali sotto
i 16 anni, e l’80%
già
profughi di precedenti pulizie etniche talmudiche, chiusi da mesi con il
20% del cibo
necessario in 40 chilometri di striscia, e comprovatamente privi di armi
pesanti, il regno santo
di
Sion ha usato:
232
carri armati;
687
veicoli corazzati;
43
caccia-bombardieri e 105 elicotteri da battaglia;
221
pezzi d’artiglieria campale, e 346 mortai;
li ha
spiati con 3 satelliti artificiali;
vi ha
impegnato 10 mila soldati armati di tutto punto, con giubbotti
antiproiettile, visori notturni
e
tutti i gadget della distruzione.
Dire
che questo volume di fuoco è «sproporzionato», è essere indulgenti.
Tanto armamento di
grosso
calibro, tanti bombardamenti dal cielo, da terra e dal mare, l’uso di
bombe al fosforo e
di
bombe DIME che strappano arti, ci obbligano a denunciare: Israele non ha
voluto colpire
Hamas,
ha voluto sterminare la società palestinese in quanto tale.
I suoi
medici che s’affannano a cucire le orribili ferite, i suoi portantini
che corrono qua e là con
le
ambulanze sotto il fuoco spietato, i suoi maestri elementari, i suoi
giornalisti, i suoi impiegati
civili
(anche se sono di Hamas, gli impiegati civili sono tutelati dal diritto
umanitario; possono
anche
non condividere l’ideologia di Hamas, e in ogni caso nel mondo civile
non si ammazza
gente
per quel che pensa, o che noi crediamo pensi), i suoi magazzini
alimentari.
E
infatti ha colpito scuole, sale-stampa, magazzini dell’ONU, ambulanze;
tutti oggetti ed edifici
segnalati da sigle e croci che per tutto il resto del mondo significano:
rispettate questi luoghi e
queste
cose, sono per i civili.
Questo
è genocidio e punizione collettiva, da punire secondo le leggi di
Norimberga.
Un
così imponente attacco armato, non giustificato da motivi di autodifesa
(quelli addotti si
sono
rivelati falsi e pretestuosi), è un crimine contro la pace secondo i
principii di Norimberga
accolti dall’ONU, risoluzione 95.
Se
diciamo questo, è perchè ci allarma il fatto che Sion abbia sì decretato
«la tregua
unilaterale», però «non si ritira» da Gaza, e Olmert promette:; «Se
sparano, ricominciamo di
nuovo».
Secondo le Convenzioni di Ginevra, dal momento stesso in cui Israele non
si ritira dal territorio
che ha
incenerito, diventa responsabile del mantenimento degli occupati, della
vita dei civili.
Poichè
è certo che non si accollerà questo obbligo, anche il suo comportamento
– da ora in
poi –
va esaminato come sospetto di ulteriore crimine contro l’umanità.
Se
vieta il passaggio dei soccorsi europei, volonterosi di sostituirsi alle
responsabilità che
Israele non si accolla, il crimine contro l’umanità è dimostrato senza
ulteriore esame. I
soccorsi sono urgenti, e ogni ritardo aumenta la sofferenza e le morti
di civili.
E per
favore tacciano i «cattolici», se vogliono accusarci di non amare gli
ebrei. Quando un
tizio
prende come ostaggi dei vicini e comincia di punto in bianco a sparare
sui passanti dalla
finestra, i cattolici non ritengono che la cosa più urgente sia
chiedersi se hanno amato
abbastanza quel tizio, se i passati dolori subìti da quel tizio
giustificano la sua azione, se il tizio
è un
«fratello maggiore» degno di tutti i riguardi. Ritengono prima di tutto
necessario bloccare
quel
tizio, catturarlo, legarlo e persino sparargli; ed ovviamente,
anzitutto, trascinare via i feriti
da lui
provocati dal suo angolo di tiro, e salvare gli ostaggi che ha
imprigionato.
Ora,
Israele ha smesso temporaneamente di sparare; ma tiene ancora gli
ostaggi sotto il suo
tallone. Ed ha già dato prova di non avere alcuno scrupolo a
massacrarli.
Richiamare Israele al rispetto delle norme umanitarie non è
manifestazione di non so quale
«antisemitismo»; al contrario, è persino fargli onore: significa
presupporre che Israele abbia
una
coscienza, che sappia ragionare e si senta parte della comune umanità.
Il che, purtroppo,
non è
affatto dimostrato dai suoi atti.
Nè
l’ordine internazionale può fermare Israele con la forza: la forza bruta
è tutta, schiacciante,
in
mano sua.
In
questi giorni, si celebra ufficialmente la giornata della shoa, che
coincide con il
sessantesimo anniversario della Carta universale dei diritti dell’uomo.
Gli studenti di tutte le
scuole
italiane sono obbligati ad ascoltare «testimonianze di sopravvissuti»
dei lager, a fare
temi e
cosiddette ricerche sul patimento degli ebrei, e sulla necessità di
«ricordare»; due
studenti per scuola vinceranno, come premio per le loro ricerche, un
viaggio ad Auschwitz, a
spese
ovviamente di noi contribuenti.
Ho una
modesta proposta:
I
genitori degli scolari e degli studenti aiutino i loro figli nella
«ricerca», copiando e incollando le
foto
dei bambini bruciati, sepolti sotto le macerie, e mutilati a Gaza; e
aiutandoli a cogliere le
analogie fra gli eventi di 63 anni orsono e quelli perpetrati oggi dal
solo Stato oggi rimasto
dove
la cittadinanza è data su basi razziali (è israeliano solo chi può
dimostrare di avere una
nonna
o una mamma ebrea) ove si spregia la Carta dei diritti dell’uomo, dove
si pretende
l’impunità per atti atroci e crimini razzisti di Stato.
A
questo scopo, si potrà utilmente rifarsi a sir Gerald Kaufman, membro
del Parlamento
britannico, ebreo di origine polacca, che ha detto pubblicamente:
«Mia
nonna fu uccisa da un soldato tedesco mentre era a letto malata. Mia
nonna non è morta
per
fornire ai soldati israeliani la scusa storica per ammazzare le nonne
palestinesi a Gaza.
L’attuale governo israeliano sfrutta cinicamente e senza limiti il senso
di colpa dei gentili per
l’olocausto onde giustificare i suoi omicidii in Palestina»
(3).
Raccontino gli studenti come sir Gerald Kaufman sia stato attaccato per
questa sua
dichiarazione, eppure coraggiosamente abbia tenuto il punto, dicendo:
«Quando a Manchester
l’IRA
ha fatto esplodere una bomba che ha distrutto tutto il centro, noi non
abbiamo mandato
l’esercito a Belfast a massacrare oltre mille cattolici».
Raccontino gli studenti come numerose organizzazioni umanitarie
rispettate, fra cui la Croce
Rossa
Internazionale, abbiano annunciato di star raccogliendo dati e prove
sulle violazioni delle
norme
internazionali che hanno constatato nei giorni di questa aggressione,
dall’uso di armi
proibite agli impedimenti deliberati dei soccorsi, fino al bombardamento
di scuole dell’ONU
diventati rifugi di civili che speravano di salvarsi dai bombardamenti.
Riportino – prima che ce lo dimenichiamo tutti – che Amnesty
International ha scritto
ufficialmente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite reclamando
«un’azione ferma» per
accertare pienamente «la responsabilità in crimini di guerra ed altre
gravi violazioni dei diritti
umani
e delle norme umanitarie nel conflitto di Gaza»
(4).
Ricordino gli studenti il sito «Stop the International Solidarity
Movenent», che ha indicato
all’esercito israeliano come bersagli da eliminare diversi volontari di
pace, accorsi a Gaza per
aiutare, con tanto di foto e generalità, fra cui quelle dell’italiano
Arrigoni. E di come tale sito sia
stato
oscurato, e i suoi autori indiziati dall’Interpol per istigazione
all’omicidio.
Riflettano gli studenti sul destino delle centinaia di bambini e giovani
di Gaza atrocemente
mutilati da bombe concepite apposta per provocare mutilazioni, e sul
loro triste futuro, in una
società che non ha certo i mezzi per assicurare ai suoi invalidi una
vita decente nel futuro.
Esprimano un giudizio, gli studenti, sul fatto che il regime israeliano,
avvertito dal procuratore
generale di Israele Menahem Mazuz che si deve aspettare «un’ondata di
denunce
internazionali» per le atrocità commesse, abbia messo in piedi un gruppo
di avvocati e periti
legali
(detto Incrimination Team) allo scopo di «formulare argomenti che
possano essere usati
per la
difesa contro le accuse di crimini di guerra», cercando e presentando
materiale filmato
a
discolpa.
Riflettano gli studenti sul fatto che – tranne eroiche eccezioni – la
comunità ebraica italiana,
come
tutte le comunità ebraiche in Occidente, è insorta come un solo uomo a
negare le
accuse, ad accusare chi accusa come «antisemita» e a giustificare le
atrocità come
necessarie «per l’esistenza stessa di Israele».
Svolgano con parole loro utili considerazioni sul fatto che, agendo
così, ebrei che non sono
cittadini israeliani, si autodichiarano partecipi e favorevoli a tali
atrocità, ossia «volontari
carnefici».
Elaborino riflessioni su questa atteggiamento, che disonora il nome
israeliano e quello israelita,
e di
come invece il pentimento per questi fatti, e l’accettazione della
condanna morale che
coinvolge Israele, è la sola via per scongiurare che Israele sia visto
come il mostro fra le
nazioni, lo Stato-canaglia, il «cane idrofobo» (è una definizione di
Ariel Sharon) che ogni anno
o due
aggredisce con esili pretesti Paesi vicini, violando sovranità e
uccidendo persone d’altri
Stati,
sicchè si propone al mondo come un pericolo per tutti gli uomini, non
solo per gli arabi.
Dibattano infine gli studenti sul fatto che la giornata della Memoria,
se non è una vuota
auto-adorazione dei giudei, deve diventare incitamento a vegliare a che
le atrocità di 63 anni
orsono
non si ripetano oggi, e l’obbligo, che compete a ciascuno di noi, a
denunciare crimini di
questo
genere quando avvengono sotto gli occhi della presente generazione.
E
chiedano di essere portati in visita, piuttosto che ad Auschwitz (dove
non si può più
rimediare a nulla) nel carnaio di Gaza, dove il crimine è in corso e può
essere ancora
impedito.
Perchè
la Memoria, almeno quella, non sia «unilaterale».
Maurizio Blondet
per
www.effedieffe.com
1)
Per
esempio andrà accertato il seguente episodio, narrato dal giornalista
Ola Attallah,
corrispondente di IOL: un bambino di 9 anni, Ibrahim Awaga, già ferito
da un missile, è stato
usato
come un bersaglio da esercitazione da soldati israeliani. «Un soldato
s’è avvicinato al
corpo
del mio bambino, l’ha sollevato per le gambe ridendo, mentre un altro
gli ha sparato alla
testa.
Sempre ridendo, hanno posto il corpo su un muretto e per una intera ora
hanno
gareggiato fra loro nel tiro al bersaglio» su quel corpo. Testimone
della scena sarebbe stato il
padre,
Kamal Awaga, che giaceva a terra ferito al torace e s’è finto morto,
riuscendo così a
scampare. (Uruknet, 15 gennaio 2009). Sarebbe interessante sapere per
esempio se questi
soldati portavano la kippà o altro segno della loro religione; perchè si
ha notizia che atti del
genere
vengano commessi da studenti delle yeshivoth (scuole rabbiniche)
fondamentaliste,
che si
arruolano volentieri proprio per adempiere all’obbligo biblico:
«Babilonia, beato chi
afferrerà i tuoi figli piccoli e spaccherà loro la testa sulla roccia».
2)
La
società di Gaza ha dimostrato di sapersi auto-organizzare, per esempio,
meglio della
cittadinanza napoletana o di quella di Vibo Valentia, che non è in grado
di liberarsi da sè della
'ndrangheta che ha occupato l’ospedale e sta uccidendo i pazienti con
operazioni chirurgiche.
Con
ciò, nessun politico riterrebbe legittimo, per liberare i vibonesi, di
bombardare
quell’ospedale.
3)
«MP
makes israeli troops nazi link», BBC, 16 gennaio 2009.
4)
«Israel expects army officers to be prosecuted for war crimes», Irish
Sun, 16 gennaio
2009.
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/MemoriaUnilaterale.htm
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