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Intervista a Mons. Sabbah: l’ostacolo
alla pace è la paura della pace
CTS Notizie
18 marzo 2008

Al termine della lettura del suo messaggio di Pasqua
2008, il patriarca latino di Gerusalemme, Sua
Beatitudine Mons. Michel Sabbah ha concesso una
conferenza stampa. Si è spiegato con un giornalista
tedesco sul termine martire, utilizzato nel suo
messaggio di Pasqua a proposito dei morti palestinesi. «
La parola martire è una parola normale. Fa parte del
vocabolario arabo e musulmano per designare ogni persona
che muore durante un conflitto. Non ha la stessa
connotazione del termine cristiano ». Il Patriarca,
Mons. Michel Sabbah, in seguito ci ha concesso una lunga
intervista.
Beatitudine, qual è il Suo messaggio agli Israeliani e
ai Palestinesi in questa vigilia di Pasqua?
Pasqua, come cristiano, è la festa della risurrezione di
Nostro Signore Gesù Cristo e questo vuol dire la
vittoria sulla morte e su ogni forma di male.
Ora qui, in questo paese, che è il paese della
Risurrezione, che è una terra di Dio, che è una Terra
Santa, noi siamo sempre nel cuore di un conflitto e in
una situazione di morte e di odio. Il nostro messaggio
agli Israeliani e ai Palestinesi è questo: « Voi avete
camminato, fino ad oggi e per quasi cento anni, nelle
vie della violenza, e malgrado questo, dopo 100 anni,
non siete arrivati né alla pace né alla sicurezza.
Cambiate dunque le vostre vie, trovate altri mezzi, e
voi li conoscete: colloqui, dialoghi, comprendere i
bisogni degli altri, mettersi al posto dell’altro per
poter arrivare ad un accordo che possa trovare e dare
tutto quello che è dovuto a ognuna delle parti».
Gli Israeliani vogliono la sicurezza e vogliono la pace;
i Palestinesi vogliono la loro indipendenza, la loro
sicurezza parimenti, e la pace. E sono capaci di
arrivarci. Ci sono molte opposizioni per delle ragioni
ideologiche, per delle ragioni politiche, a causa della
paura della pace. Secondo me, il principale ostacolo
alla pace, è la paura della pace.
In Israele la pace è un rischio che gli Israeliani
ritengono prematuro prendere. È un rischio che li
esporrebbe a permettere ai Palestinesi di diventare più
forti e di sviluppare i loro mezzi di resistenza e di
violenza. Per questo gli Israeliani hanno paura della
pace. Il mio consiglio è di non avere paura. La paura
non può permettere a una persona o a un popolo di vivere
pienamente la sua vita. Bisogna correre il rischio della
pace, semplicemente. Ed è questo l’unico mezzo per
ottenere una vera e totale sicurezza. I poteri politici
hanno un’alternativa: o la pace, ed essi avranno la
sicurezza; oppure niente pace e ci sarà l’estremismo che
cresce e l’insicurezza che aumenta. Tocca a loro
scegliere. E dovrebbero scegliere la pace. Ora,
scegliere la pace può essere un rischio per la vita
personale del capo firmatario di un accordo di pace. Ma
se un capo politico è lì per servire il suo popolo e non
per conservare la poltrona, deve accettare il rischio di
dare la sua vita per il suo popolo.
In quanto primo Patriarca latino palestinese da secoli,
ha una lettura diversa di quello che sta accadendo nella
regione?
Ho semplicemente la lettura dei fatti che avvengono. Ci
sono gli Israeliani con le loro esigenze, e i
Palestinesi con le loro esigenze. Per me, nei due casi,
si tratta di persone umane, uguali in dignità, in
diritti e in doveri. Come palestinese, come cristiano,
ognuno deve avere ciò che gli è dovuto: Israele il suo
Stato riconosciuto, la sua sicurezza, la sua pace, senza
aver più bisogno di soldati e di riservisti che uccidano
o che siano uccisi. Per i Palestinesi è la stessa cosa.
Si tratta di camminare verso la pace, per mettere fine
ugualmente a tutto ciò che è milizia, armi irregolari, a
ogni forma di violenza da parte loro.
Nel momento in cui conclude la Sua lunga carriera come
Patriarca latino, è permessa una speranza di pace?
Bisogna sempre sperare, perché noi crediamo in Dio, e
qui in questo paese, in tutto il Medio Oriente, tutti
sono innanzi tutto religiosi e credenti, anche se non
sono praticanti. L’Ebreo è prima Ebreo e poi Israeliano,
il Palestinese è prima Musulmano e poi Palestinese, il
Cristiano è prima Cristiano e poi Palestinese. Noi
crediamo in Dio. Noi speriamo perché crediamo che Dio è
buono, che Egli veglia su di noi, che è provvidenza.
Lei dice che ci vuole del coraggio per fare la pace.
Sono gli Israeliani che devono averne di più?
Tutti e due, ma la decisione maggiore è nelle mani degli
Israeliani. Se gli Israeliani dicono: «Noi siamo decisi
a fare la pace », la pace si farà. I Palestinesi sono
pronti. Gli Stati, il mondo arabo è pronto a
normalizzare tutte le relazioni con lo Stato d’Israele.
I Palestinesi hanno già scelto la pace. Conducono i
colloqui per ottenere la pace. Israele non è ancora
deciso. Ci sono molte opposizioni contro questa
decisione.
In Israele, c’è volontà politica di fare la pace?
Non ce n’è. Non esiste ancora. Negli Israeliani c’è la
paura della pace, per essi è un rischio. Sarebbe un
gettarsi nell’ignoto, e questo potrebbe aumentare per
essi l’insicurezza. Secondo me, l’unico avvenire di
Israele si trova nella pace. La violenza è una minaccia
permanente per la loro propria sicurezza, e persino per
la loro esistenza. La demografia palestinese cresce. Il
20 % degli arabi israeliani con pieni diritti di
cittadinanza sono Palestinesi. Un domani il 20% di
Palestinesi diventerà il 40 %, il 50 % ed il carattere
ebraico dello Stato scomparirà, e dunque sarà Israele
che scomparirà come Stato Ebraico. Tocca ad essi
prendere una decisione, e la loro salvezza è solo nella
pace. (Il rischio) della loro morte o della loro
insicurezza non si trova nella pace, ma si trovat nella
continuazione di questa situazione di guerra.
Lei riteniene che il processo di Annapolis non offra
veramente una speranza di pace?
La offre semplicemente; bisogna accoglierla, accettarla.
Gli Stati Uniti lo vogliono. Il Presidente Bush è
deciso. Ma bisogna domandare a Israele se è deciso. I
Palestinesi sono pronti.
Ma quando lei ha incontrato il Signor Olmert (prima di
Natale), ha avuto l’impressione che lui avesse una
volontà politica?
Il Signor Olmert ha una vera volontà politica. Egli è
deciso a fare la pace, ma, come ha detto, incontra degli
ostacoli. Tocca a lui convincere la sua opposizione, e
allora avremo la pace.
Quali sono questi ostacoli?
L’estrema destra, gli estremisti religiosi, il partito
religioso che ritiene che tutta la terra deve restare
israeliana e che nessun pollice di questa terra debba
essere consegnato ai Palestinesi. E i religiosi hanno un
potere politico, hanno dei seggi alla Knesset. Ecco
l’opposizione con la quale il Signor Olmert deve
trattare.
Lei ha detto che il mondo arabo era pronto a
normalizzare le sue relazioni con Israele. Ma noi non
possiamo ignorare - e Israele non può ignorare - che
Hamas continua a rifiutare di riconoscere Israele.
D’altronde l’islamismo cresce nei paesi arabi.
Hamas esiste. Hezbollah esiste. Sono una minaccia. Ma
quello che fa esistere Hamas e quello che lo fa
aumentare, è questa situazione di guerra nella quale ci
sono ingiustizie, c’è la povertà e la miseria, e fin
tanto che questa situazione esiterà ci sarà sempre Hamas
e tutte le sue dichiarazioni e la sua volontà di finirla
con Israele. Ma quando si farà una pace seria,
definitiva, Hamas e Hezbollah finiranno col diminuire e
perdere la loro influenza. Ci saranno sempre degli
estremisti dalla parte palestinese, come dalla parte
israeliana, ma queste parti saranno ridotte ad una
minoranza senza influenza sull’avvenire del paese. Se si
fa la pace, gli estremisti finiranno col diminuire e la
gente non avrà più bisogno di loro.
Ritiene che Israele dovrebbe parlare con Hamas? Il
dialogo con Hamas dovrebbe farsi sia da parte di Israele
che da parte degli Stati Uniti e l’Unione Europea?
Israele, l’Unione Europea, la comunità internazionale
devono parlare con l’Autorità Palestinese e accettare
che l’Autorità Palestinese si riconcili con Hamas. Ma
appena Hamas entra nel governo palestinese, la comunità
internazionale boicotta tutto quello che è palestinese.
Si tratta di riconoscere all’Autorità palestinese la
possibilità di riannodare un’alleanza, perché la pace
non si può fare solamente con una parte del popolo
palestinese. Ci sono più di un milione e mezzo di
persone a Gaza. Bisogna tenerne conto. Dunque bisogna
che i due gruppi si riuniscano, diventino una sola
realtà palestinese, che rappresentano insieme la volontà
palestinese perché la comunità internazionale e lo
stesso Israele possano fare degli accordi di pace. Ma
finché Hamas è soggetto al boicottaggio e, appena entra
nel governo, viene boicottato tutto il popolo
palestinese, ci troviamo in un vicolo cieco.
Quando ha incontrato Abou Mazen [Mahmoud Abbas], gli ha
consigliato di riaprire il dialogo con Hamas?
È il nostro consiglio. Bisogna ricomporre le due parti
del popolo palestinese. Ora questa alleanza non dipende
solo da Abou Mazen, ma dalla comunità internazionale.
Una volta che sia fatta la riunione, e avendo Hamas
diritto a far parte del governo, la comunità
internazionale boicotterà di nuovo tutti.
Che consiglio da’ alla comunità internazionale?
Di lasciare tranquilli i Palestinesi, di permettere loro
di riunirsi e di agire insieme, semplicemente. E se mai
ci fosse Hamas nel governo palestinese, che sia
rispettata la volontà palestinese.
Lei è stato Patriarca per 20 anni. Qual è stato il
momento più difficile?
Tutti i momenti sono stati difficili, perché non abbiamo
mai cessato di vivere nello stesso conflitto. Ogni
giorno è una ripetizione dell’altro. Ogni anno è una
ripetizione dell’anno passato: violenze, vittime, dal
lato palestinese e dal lato israeliano.
Ci sono stati dei tempi di tregua; abbiamo potuto
festeggiare il Giubileo del 2000, la visita del Papa.
Questo è stato il momento meno difficile. Altrimenti, in
tutti gli altri momenti, abbiamo vissuto delle
difficoltà e la vita difficile è diventata la nostra
vocazione e la nostra routine.
Lei ha detto nella Sua lettera pastorale che non ha
denaro, né conto in banca: come vivrà adesso?
Vivrò nel Patriarcato. Non ho né stipendio né conto in
banca, ma l’istituzione patriarcale si prende cura di
questo come di ogni altro prete del patriarcato. È il
patriarcato che si occupa della salute, del nutrimento,
dell’alloggio ecc. dei preti in pensione. Noi facciamo
parte di una comunità che non abbandona nessuno dei suoi
membri.
Le dispiace di andare in pensione?
Se mi dispiace? Ma quando si è al servizio di Dio, non
si vuole occupare un posto! Noi viviamo una missione. Ci
affidano una missione. Quando è terminata, la rimettiamo
nelle mani di colui che ce l’ha affidata, semplicemente.
C’è una differenza tra un capo religioso e un capo
politico.
Lei è stato il primo Patriarca d’origine palestinese dai
tempi delle crociate: l’essere un Patriarca palestinese
cambia qualcosa?
Cambia qualcosa nel senso che la Chiesa ha avuto un
pastore scelto tra il suo clero. Avere un Patriarca
palestinese in una Chiesa palestinese è un fatto
normale, e non straordinario. È la situazione di tutte
le chiese del mondo. I pastori sono scelti tra il loro
clero e il loro popolo. Quel che è potuto cambiare qui
nella nostra situazione, che è una situazione di
conflitto, è che i Palestinesi sono da una parte e gli
Israeliani dall’altra. Il fatto è che tutti i
Palestinesi, Cristiani e Musulmani si sono sentiti
appoggiati, hanno sentito che una figura nuova poteva
parlare per loro, condividere con loro, e agire per la
pace. Ma facendo sempre attenzione. Perché se noi
diciamo ai responsabili Israeliani: «Voi siete nel
vostro pieno diritto di servire e proteggere il vostro
popolo », ai Palestinesi: « Voi siete Palestinesi, voi
siete nel vostro pieno diritto di servire e proteggere
il vostro popolo», un prete, un vescovo, che sia
palestinese o altro, è per tutti. Non è confinato nel
suo popolo. Egli è per il suo popolo, ma è nello stesso
tempo per ogni persona umana con la quale vive; e qui
noi viviamo con due popoli. Dunque la nostra
responsabilità come vescovo e come cristiani s’estende e
copre e comprende i Palestinesi e gli Israeliani. Ora, i
Palestinesi sono gli oppressi, sono sotto occupazione, e
noi diciamo: « L’occupazione deve terminare». Noi
diciamo agli Israeliani: « Voi siete gli occupanti, e a
questa occupazione voi dovete mettere fine».
Quale sarà il Suo ruolo adesso?
Il vescovo ha tre funzioni: santificare, insegnare e
governare. Con il pensionamento la funzione di governo
passa a un altro; restano le altri due: santificare ed
insegnare. Dunque ci saranno ancora tante cose da fare.
Darà alla Sua missione un ruolo più politico?
Non tanto politico, quanto cristiano. Ma un cristiano
che metterà il piede nel campo politico. Perché qui la
politica è la vita umana. Non è una politica dei partiti
di sinistra o di destra, sono delle vite umane che sono
minacciate. Che siano palestinesi o israeliani. Sarà
dunque la continuazione dell’impegno per ogni persona
umana in questo paese, insieme israeliano e palestinese.
Intervista di Marie-Armelle Beaulieu
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