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AMSTERDAM, 12 gennaio 2009 (IPS) - Al telefono da Gaza,
Zahrah Salem commenta la notizia che ha appena appreso:
tante persone alla Casa Bianca erano "profondamente
addolorate" per la morte del gatto India Willie. Come mai,
si chiede, nessuno alla Casa Bianca era profondamente
addolorato per la morte di tanti bambini a Gaza?
Dopo una pausa, aggiunge: "Almeno il gatto non è morto di
fame, come i bambini di Gaza".
Zahrah Salem, 64 anni, ha quattro figli e 15 nipoti di cui
preoccuparsi. Ogni giorno, durante i bombardamenti, benedice
il fatto che siano ancora vivi. "Dormiamo tutti nella stessa
stanza", spiega. "Perciò, se dovessimo morire, moriremmo
tutti insieme. Cosa accadrebbe se noi morissimo e i bambini
no, non possiamo lasciarli da soli a soffrire".
In questi giorni, i danni subiti dal corrispondente dell’IPS
per mano degli israeliani mentre tornava a casa a Gaza
sembrano insignificanti rispetto a ciò che sta succedendo
adesso nella striscia. E rispetto alla paura per il destino
della famiglia e degli amici a casa.
Dal letto di un comodo ospedale di Amsterdam, i pensieri
vanno continuamente ai sopravvissuti, a chi potrebbe
trovarsi magari in ospedale a Gaza - chi è abbastanza
fortunato da essere in ospedale, abbastanza fortunato
proprio per essere lì. E a quanto sia diverso un ospedale di
Gaza da uno di Amsterdam.
"Non riceviamo i pazienti, riceviamo le spoglie", spiega
Ahmed Abdelrahman, un’infermiera dell’ospedale di Shifa a
Gaza city. Le sirene dell’ambulanza strillano dall’altro
lato della cornetta mentre siamo al telefono. "A volte è
un’impresa rimettere insieme gli arti all’obitorio, capire a
chi corrisponde quale parte del corpo".
Il personale rischia la vita per salvare i feriti. "Ci hanno
sparato tante volte mentre evacuavamo i feriti o
raccoglievamo i corpi", racconta Abdelrahman. "Mentre
parliamo, ho otto chiamate dalla zona orientale di persone
ferite che perdono sangue, comprese due donne. Ma gli
israeliani hanno sparato al personale delle nostre ambulanze
mentre era fuori a prestare soccorso".
Mawia Hassanien, a capo del pronto soccorso dell’ospedale di
Shifa, riferisce che almeno 12 operatori del reparto sono
stati uccisi e 32 feriti. Undici ambulanze sono state
distrutte.
E i feriti che riescono ad arrivare all’ospedale non trovano
comunque un’assistenza adeguata. Le autorità egiziane hanno
aperto solo in poche occasioni e per breve tempo il confine
di Rafah per l’accesso delle forniture mediche, e a Gaza
arriva solo una minima parte di ciò che servirebbe.
Molti a Gaza, compresi i membri di Hamas, dicono di non
sapere come fare per fermare tutto questo. Alcuni gruppi
sparsi non controllati da Hamas continuano a lanciare razzi
contro Israele, che finora hanno provocato quattro morti e
40 feriti, e che creano molta tensione tra gli israeliani di
Ashkelon, Ashdod, Beersheba, Sderot e altre città nel Negev
occidentale.
Ma i razzi sono solo una scusa per Israele, per distruggere
le strutture palestinesi, secondo gli abitanti di Gaza. Un
portavoce dell’esercito israeliano ha spiegato che le Forze
di difesa israeliane già da 18 mesi venivano addestrate per
l’attacco su un modello della città principale riprodotto in
una base militare nel deserto: "I nostri soldati conoscono
tutte le vie possibili in cui possono nascondersi gli
obiettivi", ha dichiarato.
Abu Ghasam, 42 anni, del campo profughi di Buriej, dice di
non capire l’attacco di Israele, e "perché vengano uccisi i
civili, invece dei responsabili del lancio dei razzi".
Ghasam, padre di sei figli, ha poco tempo per pensare a
queste cose, comunque. La sua principale preoccupazione è
sfruttare le poche ore di cessate il fuoco per riuscire a
comprare il pane per i suoi figli; in genere, il fornaio è
chiuso. Per chi è al sicuro, la fame diventa un problema
ogni giorno di più.
Zahrah Salem conosceva bene le persone che sono state
uccise. Può vedere le tende in lutto. "Ma ho paura ad
avvicinarmi per porgere le mie condoglianze", spiega; "gli
aerei israeliani ci colpiscono ovunque".
Li sente in continuazione, e sente il sibilo delle bombe e
dei missili che cadono. Ma non si avvicina alla finestra: se
la bomba ti manca, bisogna stare attenti alle schegge di
vetro.
*Il corrispondente dell’IPS Mohammed Omer è ricoverato ad
Amsterdam per le ferite riportate per mano dei soldati
israeliani al confine, mentre cercava di tornare a Gaza a
giugno dello scorso anno. Stava tornando dall’Europa, dopo
aver vinto un premio giornalistico.(FINE/2009)
Omer è un bravo
giornalista e fotografo palestinese di Rafah, nostro amico,
del
quale speriamo di poter leggere ancora altri articoli nel
futuro
(Redazione TerraSantaLibera.org)
Link originale :
www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1367
Altro link :
www.uruknet.info?p=s9071
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/MorteGatto-Omergaza.htm
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