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Il campo profughi di Nahr al Bared, con suoi
40.000 abitanti, era il secondo per dimensioni in Libano, possedeva fino
al 2007, l’economia più stabile e sviluppata fra tutti i 12 campi
profughi palestinesi ufficialmente registrati sul territorio libanese.
Era frequentato dai libanesi e anche dai vicini siriani, che godevano di
prezzi competitivi e credito. Tra il maggio e il settembre del 2007, il
campo è stato raso al suolo dall’Esercito Libanese, con il pretesto di
estirparne le milizie di Fatah al Islam che vi si erano insediate. Il
numero degli elementi armati di questa organizzazione non superava le
quattrocento unità e nelle sue fila si contavano curdi, siriani,
libanesi, sauditi e pochi elementi palestinesi estranei al campo.
Di
ritorno a Nahr el Bared a 16 mesi dalla mia ultima vista, molte cose
sembrano cambiate, anche se i cambiamenti rispetto al disastro e alla
devastazione sono in realtà minimi e la situazione dei profughi è
disperata. Il campo è tutt’ora occupato dall’Esercito Libanese,
circondato da 5 check point con l’ingresso proibito a chiunque. I
palestinesi devono mostrare l’ID ai check point ogni volta che entrano
nel campo e spesso devono sottostare a controlli.
Io
sono entrata grazie ad un permesso speciale rilasciato dall’Esercito
Libanese ai funzionari delle Ong. Il campo è presidiato dai soldati
libanesi anche al suo interno e non mancano le vessazioni contro gli
abitanti. Della popolazione del campo, composta da 40.000 persone, sono
circa 18.000 gli sfollati che sono rientrati nella parte del campo
nuovo. Il nucleo centrale del campo invece, quello cosiddetto “campo
vecchio” è tutt’ora recintato, anche se gran parte della macerie è stata
rimossa donando al paesaggio un aspetto lunare. Il campo vecchio è una
immensa distesa polverosa di calcinacci e cemento frantumato.
Sporadicamente si sentono esplosioni, sono gli ordigni inesplosi trovati
e fatti brillare dall’Esercito Libanese.
Gli sfollati rientrati nel campo nuovo sono alloggiati per la maggior
parte in container montati dall’UNRWA (United Nation Relief and Works
Agency for Palestinian Refugees), composti da una stanza di circa 10
metri quadrati per famiglie fino a 5 persone e due stanze per nuclei
familiari che superano le 5 unità. Così si trovano famiglie di 10
componenti costrette in spazi di
20
metri quadrati, dove all’interno si dorme, si cucina e si trovano i
servizi igienici. I container sono in gran parte di metallo con tetto di
lamiera, chi dispone di un po’ di denaro, ha sostituito il pavimento in
compensato, distrutto dalle intemperie e dall’usura, con piastrelle di
ceramica. C’è chi ha provato a coibentare il soffitto ed ha migliorato
in parte la situazione climatica interna, ma in compenso gli insetti si
annidano nelle fessure e il materiale utilizzato provoca in alcuni casi,
specialmente nei bambini, reazioni allergiche (quasi tutti i bambini del
campo sono afflitti da dermatiti).
Le famiglie più “fortunate”, che hanno le case parzialmente distrutte o
ai quali è rimasto in piedi anche un solo muro, si sono adattate a
vivere in un'unica stanza, in attesa della ricostruzione, anche piccoli
negozi nei fondi di ciò che resta dei palazzi bombardati cominciano a
funzionare, ma è un economia inesistente che ruota tra i 18.000 profughi
presenti. il tessuto sociale è compromesso, gli aiuti umanitari
provenienti da varie ONG, sia estere che
libanesi,
vengono distribuiti quotidianamente e spesso si assiste a violenti
litigi tra i profughi durante la distribuzione. Alcune famiglie
possiedono un libretto dove quotidianamente viene segnata la consegna
delle buste del pane.
Ibraim, 75 anni, e sua moglie Fatima hanno 14 figli, 8 maschi e 6
femmine. Ibraim ha lavorato all’estero per 40 anni per costruirsi
quella che doveva essere una bella abitazione di 5 piani vicina al mare.
I 4 piani superiori si sono afflosciati sopra al piano terra sotto le
bombe, i soldati hanno poi dato fuoco a quel che rimaneva dell’interno e
rubato tutto. Ora marito e moglie sono accampati davanti alla porta di
quella che era la loro casa, nei resti di un orto dove razzolano le
galline e i 6 pulcini superstiti dei 32 che erano nati, divorati dai
serpenti (nel campo se ne sono trovati alcuni lunghi fino a 3 metri) e
dai gatti. A Fatima, che non rinuncia all’ospitalità palestinese
offrendomi i fichi del suo giardino, si riempiono gli occhi di lacrime
mentre mi chiede e si chiede, quando ricostruiranno? Dopo il Ramadan?
Aggirarsi
per le stradine create tra un container e l’altro (alcuni disposti su
due piani) è un esperienza sconvolgente, i volti delle donne sulla
soglia delle baracche appaiono ovunque smarriti e senza speranza,
sembrano fantasmi perduti. Ti fanno entrare nelle loro baracche e quasi
sempre all’interno si trovano bambini malati sdraiati sui materassi
stesi a terra, diversi sono disabili e alcuni necessitano di costosi
interventi chirurgici che le famiglie non possono permettersi. I bambini
giocano tra la spazzatura e i liquami, le fogne sono a cielo aperto,
l’odore a tratti è insopportabile. In tutto il campo si respira
costantemente la polvere sollevata dalle macerie e dalle strade
distrutte, i vestiti ed i capelli ne rimangono costantemente impregnati.
Eppure tutti preferiscono trovarsi qui, con le famiglie riunite, che
sparpagliati tra scuole e magazzini nei campi profughi adiacenti, come
per esempio nel campo di Beddawi.
Visito la clinica medica di Al Shifa, costituita da alcuni container. Il
medico di turno mi spiega che sono 4 medici volontari che si alternano
24 ore su 24 e che le prestazioni, prevalentemente emergenze di vario
tipo, sono state inizialmente gratuite ma attualmente per andare avanti,
si chiedono piccoli contributi, le scorte di medicinali si stanno
esaurendo. Le patologie preesistenti si sono aggravate, ci sono inoltre
molti casi di depressione. In estate aumentano i casi di gastroenterite
soprattutto tra i bambini, si sta anche diffondendo una preoccupante
malnutrizione.
L’UNRWA
ha aperto due scuole nel campo, costituite da alcuni container
sovrapposti, attualmente ci sono 5.000 studenti tra i 7 e i 15 anni. Le
lezioni riprenderanno dopo il Ramadan con due turni al giorno, uno al
mattino e uno al pomeriggio, gli insegnanti sono occupati a tempo pieno.
Oltre alla scuola a tenere impegnati bambini e ragazzi, ci sono le
piccole associazioni del campo che hanno riaperto nei magazzini e nei
fondi dei palazzi distrutti e che offrono uno spazio per riunirsi e fare
attività di vario genere, con i pochi mezzi a disposizione, in alcuni
casi si sono ricavati piccoli campi da calcio e si organizzano tornei.
Il lavoro che queste Associazioni svolgono per i giovani e i bambini è
prezioso in tutti i campi profughi palestinesi e fondamentale a Nahr el
Bared.
Visitando il campo una domanda fra tutte mi sorge spontanea, dove sono
finiti i milioni di dollari stanziati dai Governi Internazionali per la
ricostruzione?
Fonte:
http://www.associazionezaatar.org/index.php?option=com_content&task=view&id=676&Itemid=1
Link a questa pagina:
http://www.terrasantalibera.org/Report_Nahr_al_Bared.htm
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