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Il dr. Abdullah al-Hourani [foto] è un
politico e un ricercatore palestinese residente nella Striscia di
Gaza. E’ direttore del Palestinian Center for National Studies di
Gaza, e presidente del Palestinian Popular Committee for the Defense
of the Right to Return [Comitato popolare palestinese per la difesa
del diritto al ritorno]. Al-Hourani venne cacciato dai sionisti
dalla Palestina storica nel 1948, insieme a più di altri 750.000
palestinesi. In occasione del 61° anniversario dell’esproprazione
della Palestina, il corrispondente di The Electronic
Intifada, Rami Almeghari, ha intervistato il dr. al-Hourani
nel suo ufficio di Gaza City.
Rami Almeghari: Come politico
responsabile del Palestinian Center for National Studies e del
Palestinian Popular Committee forn the Defense of the Right to
Return, come considera la questione dei rifugiati dopo 61 anni?
Abdullah al-Hourani:
Prima di tutto, io sono un rifugiato e venni espulso dalla città di
Masmaiya, che si trova tra Gaza e Gerusalemme. Avevo 12 anni, e
ricordo ancora tutto del mio paese – la scuola, ogni cosa. Quando
passo accanto al paese andando a Ramallah, in Cisgiordania, piango,
ricordando la terra, ricordando la mia scuola.
Il mio paese, la mia terra, il mio diritto al ritorno, sono ancora
lì. La mia casa è distrutta, ma sono pronto a ricostruirla se mi
permettono di tornare. Non ho mai dimenticato il mio paese, e
neppure i miei tre figli e mio nipote lo hanno dimenticato.
Nel corso della nostra lotta, abbiamo continuato a dire alle
generazioni più giovani di ricordare la propria terra natale. Se
chiedete a un bambino di sei anni, vi dirà velocemente come si
chiama e dove si trova il luogo d’origine, prima del 1948, della sua
famiglia.
Insieme ai rifugiati della Striscia di Gaza, della Cisgiordania e di
qualche paese arabo, vi è circa un milione di palestinesi che vivono
sotto il dominio dello Stato israeliano. Si trovano ora in Galilea,
nel Naqab [Negev], e tutti costoro ribadiscono che quelli che
vennero espulsi devono tornare nelle proprie case.
Ad esempio, Mohammad Baraka, che è un membro del parlamento
israeliano, viene dal paese di Safuria, ma non gli è permesso di
vivere a Safuria. Tutti questi rifugiati, che vivono sia all’interno
che all’esterno, stanno ancora soffrendo, e la loro aspirazione
principale è di tornare in Palestina.
Nel 1965, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina
stabilì la propria azione nei campi-profughi della Siria e del
Libano, con lo scopo di riconquistare il diritto al ritorno. Così
ancora oggi ribadiamo questo diritto.
RA: Vi sono state molte iniziative di pace per
cercare di risolvere il problema dei rifugiati palestinesi, inclusa
l’iniziativa di pace araba del 2002, che si basa sul concetto di
pace con Israele in cambio della terra. Finora Israele ha respinto
tutte queste iniziative. Cosa dice di tutto ciò?
AH: Guardi, qualunque cosa Israele accetti o
rifiuti, non vi sarà mai pace nella regione se non viene
riconosciuto il diritto al ritorno. E i palestinesi non
riconosceranno o accetteranno alcuna leadership palestinese che
rinunci al diritto al ritorno.
Gli arabi a suo tempo erano molto interessati alla questione
palestinese. Negli anni ’50 e ’60 era la causa principale. Oggi
invece constatiamo un arretramento dei regimi arabi verso la
questione palestinese.
Tutto ciò ha danneggiato la leadership e la lotta dei palestinesi, e
ora sappiamo che in maggioranza i regimi arabi sono molto vicini
all’amministrazione americana. Questi regimi hanno sostenuto la
guerra americana in Iraq, così sono deboli rispetto alla questione
palestinese. A causa di questa subalternità alla politica americana,
questi regimi hanno cercato delle soluzioni conformi agli interessi
americani e israeliani. L’iniziativa di pace araba venne formulata
durante il vertice arabo di Beirut del 2002. Per quanto ne so,
questa iniziativa reca la firma del noto giornalista americano
Thomas Friedman.
All’inizio, l’iniziativa araba non prevedeva nessuna clausola sul
problema dei rifugiati palestinesi. Ma durante l’incontro del 2002,
il presidente libanese insistette nel volerla includere. Venne
inserita una frase che recita: "può essere trovata una soluzione
basata sulla risoluzione Onu n°194".
Ora, da parte dei regimi arabi, c’è la tendenza a fare più
concessioni. Il re giordano, ad esempio, è ritornato di recente da
Washington con una nuova proposta basata sull’eliminazione di quella
clausola e sul suggerimento che i paesi arabi facciano dei passi in
avanti verso la normalizzazione dei rapporti con Israele, come il
riconoscere Israele, prima di qualunque colloquio di pace.
Desidero assicurarle che nessuna leadership palestinese deve
accettare una cosa del genere, altrimenti verrà punita dal popolo
palestinese.
RA: Di recente, il governo israeliano ha alluso
alla possibilità di creare una situazione di prosperità economica
nei territori occupati, appoggiando la soluzione dei due stati
proposta da Washington come pure l’iniziativa di pace araba.
AH: In generale, tutti i governi israeliani sono
contro il diritto al ritorno, non solo il governo di Netanyahu, ma
tutti i suoi predecessori. Ma il governo attuale ha il sostegno dei
partiti razzisti israeliani. Questo complicherà sempre più la
possibilità di tornare in Palestina.
Gli israeliani vogliono mostrare di essere interessati alla pace, ma
ancora non vogliono la soluzione dei due stati, e ribadiscono che i
palestinesi devono riconoscere Israele in quanto stato ebraico.
Questo significa che Israele sta cancellando il diritto dei
palestinesi a vivere sulla terra palestinese. Questa politica indica
che il conflitto è un conflitto sull’esistenza.
RA: Il presidente americano Barack Obama ha detto
recentemente che Washington vuole che i negoziati
israelo-palestinesi si concludano con un accordo.
AH: Anche Bush ha sempre ripetuto il suo concetto
di arrivare a una conclusione positiva nei negoziati di pace, ma non
c’è riuscito. Così, questo discorso di Obama non significa che avrà
successo. Forse Obama ha delle idee diverse, o un’altra politica,
forse a causa delle sue origini, della sua cultura e del suo
carisma.
Ma la domanda è, riuscirà a cambiare la politica americana in soli
due o tre anni? Questa politica è guidata dalle istituzioni
americane da centinaia di anni e ha delle linee-guida ben definite.
C’è poi la grande influenza del movimento sionista sulla politica
americana, perciò non sarà facile per Obama imprimere un
cambiamento.
Penso che Obama farà pressioni sui regimi arabi, affinché
riconoscano Israele prima di arrivare a un risultato sulla questione
della pace. E se Israele ottiene tutto ciò, rifiuterà una vera pace.
Se i regimi arabi modificheranno la loro iniziativa di pace
eliminando la richiesta del diritto al ritorno, Israele rifiuterà la
pace con gli arabi e non vi sarà pace nella regione, né vi sarà uno
stato palestinese. Israele ora sta pensando di sbarazzarsi di Gaza
con l’Egitto e di trovare una soluzione per la Cisgiordania con la
Giordania.
RA: In che modo l’attuale divisione tra Hamas e
Fatah mette in ombra il diritto al ritorno in particolare, e la
questione palestinese in generale? Mi riferisco alle piattaforme
politiche separate proclamate da entrambi i partiti.
AH: Questa divisione complica ulteriormente la
situazione, inclusi il diritto al ritorno, alla costituzione di uno
stato palestinese e tutto il resto. Questa spaccatura sta dando
persino l’opportunità a Israele e ai regimi arabi di cancellare la
questione palestinese. Ecco perché i palestinesi devono cercare di
trovare una soluzione per unirsi come popolo, come governo o come
territorio. Solo questo rafforzerà la posizione palestinese di
fronte a Israele, agli arabi e agli Stati Uniti.
RA: Come veterano della politica e come rifugiato,
cosa vuol dire alla prossima generazione di rifugiati?
AH: Vorrei scusarmi con le giovani generazioni
perché non siamo riusciti a ottenere nessun risultato, in questi
anni interminabili della Nakba [catastrofe], ma vorrei
sottolineare che siamo riusciti a conservare l’attaccamento del
nostro popolo alla propria terra e a renderlo tenace nel
perseguimento dei propri diritti inalienabili. Siamo anche riusciti
a conservare l’identità palestinese e a convincere la comunità
internazionale che un popolo palestinese esiste e che ha dei
diritti, e siamo riusciti a ottenere il riconoscimento dei nostri
diritti da più di 100 paesi. Anche se non li abbiamo realizzati,
siamo riusciti a tenerli in vita. La prossima generazione dovrà
continuare la lotta e realizzare quello che noi non siamo riusciti a
realizzare.
Traduzione di Andrea Carancini.
Link
originale :
http://electronicintifada.net/v2/article10549.shtml
Link
originale in italiano:
http://andreacarancini.blogspot.com/2009/05/linalienabile-diritto-al-ritorno-dei.html
Link a
questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/continuare_lotta.htm
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