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20 gennaio 1842, miracolosa conversione
dell’ ebreo Alfonso Ratisbonne: una data da imenticare?
da SiSiNoNo, Rivista Cattolica Antimodernista, del 30/1/2010
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by LibriSenzaCensura

A
soli tre giorni di distanza dalla visita di Benedetto XVI alla sinagoga
di Roma è caduto l’anniversario della miracolosa conversione dell’ ebreo
Alfonso Ratisbonne, conversione che per la sua istantaneità e perfezione
ha il suo precedente solo nella conversione di un altro “israelita
arrabbiato”, San Paolo, anch’ essa festeggiata dalla Chiesa a una
settimana di distanza dalla visita papale (25 gennaio).
Quando Alfonso Ratisbonne, membro di una ricchissima famiglia israelita
di Strasburgo, giunse a Roma il 6 gennaio 1842, nutriva una rabbiosa
avversione per il Cattolicesimo. Nel 1825, infatti, il fratello Teodoro
– dirà nell’inchiesta canonica sul miracolo – “sul quale si
fondavano grandi speranze, si dichiarò cristiano e subito dopo […]
si fece sacerdote […] fino a quel momento non avevo provato né
simpatia né antipatia per il cristianesimo, ma la conversione di mio
fratello, che consideravo una inspiegabile follia, mi fece credere al
fanatismo dei cattolici e ne ebbi orrore” (Sessione del 18 febbraio
1842).
La conversione di Teodoro, pur non avendo un carattere miracoloso,
perché fu lenta e ragionata, era stata tuttavia la risposta al grido
angosciato rivolto al “Dio della sua infanzia” tormentato dinanzi al
meraviglioso spettacolo del cielo stellato: “O Essere misterioso,
Creatore, Signore, Adonai, se tu esisti, abbi pietà della tua creatura.
Mostrami la via che conduce alla verità ed io ti giuro di consacrarle la
mia vita” (Ricordi dettati nel 1882-1883). Esaudito, mantenne il
suo giuramento, nonostante le lotte della famiglia e le persecuzioni dei
suoi ex-correligionari che lo accusavano di aver “cambiato religione” “quasi
che – egli commenta – un ebreo debba […] rinunciare alla
fede dei suoi padri, quando cade ai piedi del Messia promesso ai suoi
padri!” (ivi).
La proposta di Teodoro di battezzare un nipotino in punto di morte fece
esplodere l’avversione di Alfonso: “non volli più vederlo; nutrivo un
odio amaro contro i preti, le chiese, i conventi e soprattutto contro i
Gesuiti, il cui solo nome provocava il mio furore” (processo
canonico sul miracolo). Il “furore” anticattolico di Alfonso si accrebbe
a Roma alla vista del ghetto ebraico. In questa città, però, la
Provvidenza lo mise a contatto con il barone Teodoro de Bussières,
protestante convertito e fervente cattolico. Questi, poiché Alfonso
rideva del suo “proselitismo” e affermava: “Sono nato ebreo, morirò
ebreo”, lo sfidò a sottoporre il suo “spirito così forte” ad una
piccola prova: portare su di sé la “Medaglia miracolosa” e recitare il “Memorare”
di San Bernardo. Alfonso, benché indispettito, per liberarsi dalle
importune insistenze del barone, si lasciò mettere al collo la medaglia
e s’impegnò a ricopiare la preghiera, borbottando sottovoce: “vorrei
sapere quel che direbbe, se lo tormentassi così per fargli recitare una
preghiera da ebreo” (Thèodore de
Bussières in Conversione di Alfonso Maria
Ratisbonne, ed, Amicizia cristiana, Chieti).
Il barone mobilitò i suoi amici cattolici affinché pregassero per la
conversione del giovane ebreo. Uno di loro, il conte de La Ferronay, a
tal fine prese a recitare ripetutamente ed ardentemente il Memorare
di San Bernardo, che Alfonso, invece, si era limitato a copiare e a
leggere e rileggere per scoprirvi che cosa contenesse di tanto prezioso
così che ora se lo sentiva risuonare all’ orecchio come un motivetto
importuno. Le preghiere dei cattolici romani venivano ad aggiungersi
alle preghiere che da anni, su richiesta dell’abbé Teodoro Ratisbonne,
levavano al Cielo per il medesimo scopo i cattolici parigini
dell’Arciconfraternita di Nostra Signora delle Vittorie.Il barone si
adoperò anche perché Alfonso incontrasse due Gesuiti, uno dei quali gli
chiese di qual religione egli fosse, data l’impossibilità in cui
certamente si trovava di osservare i riti mosaici. Poi osservò: “Non
sta qui la questione. Sarebbe più esatto dire che la religione giudaica
ha cessato d’ esistere” e, poiché il giovane israelita obiettava
l’esistenza dei rabbini, il Gesuita rispose: “I rabbini non possono
essere sacerdoti secondo la Legge perché non discendono dalla tribù di
Levi e ancor meno dalla famiglia di Aronne. Inoltre, sono privati del
sacrificio principale, quello dell’agnello pasquale, che non può essere
immolato fuori di Gerusalemme, ed infine non hanno più il Tempio, il
solo che possedevano e potevano possedere, essendo stato distrutto da
diciannove secoli”. Alfonso non trovò che cosa ribattere. Anche il
fratello Teodoro aveva scritto della Sinagoga: “La giurisdizione non
appartiene a nessuno, perché non vi sono sacerdoti” (Ricordi
cit.). Nondimeno anche questo tentativo del barone andò fallito. “È
tempo perso – gli aveva un giorno gridato Alfonso – volermi
convertire alla vostra Fede. Non otterrete nulla da me, perché mi sento
più israelita che mai. Voi dite che vi riuscirete quand’anche dovesse
scendere un Angelo dal Cielo. In tal caso a farmi piegare sarebbero
necessari due miracoli: convincermi e muovermi nel senso della
convinzione, tanto sono gravi le ragioni d’interesse, di affetto e di
onore che mi legano al Giudaismo. D’interesse perché voglio rimanere
associato alla Banca dello zio; d’affetto perché sono già fidanzato con
una giovane israelita che amo perdutamente, infine d’amor proprio e
d’onore avendo io protestato più di tutti per la conversione di mio
fratello ed essendomi votato a sostenere la causa degli Israeliti” (P.
A. Bellantonio La meraviglia romana dell’ Immacolata).
Nella notte tra il 19 e il 20 gennaio, però, racconta Alfonso “mi
svegliai di soprassalto: vedevo fissa davanti a me una grande croce nera
di forma particolare e senza Cristo. Mi sforzai di scacciare questa
immagine, ma non potevo evitarla, e me lo ritrovavo sempre dinanzi, da
qualunque lato mi girassi. Non posso dire quanto tempo durò questa
lotta. Mi riaddormentai, e l’indomani, alzandomi, non ci pensai più”
(Lettera autobiografica a mons. Dufriche-Desgenette, direttore dell’
Arciconfraternita di Nostra Signora delle Vittorie). Del suo stato
d’animo spensierato, infatti, Alfonso diede prova la mattina del 20
gennaio: “Entrai in un caffè a Piazza di Spagna per dare un’occhiata
ai giornali, e mi ero appena seduto che Edmondo Humann, figlio del
ministro delle finanze, venne a sedersi a fianco a me, e conversammo
molto allegramente su Parigi, le arti e la politica. Presto anche un
altro mi si avvicinò, era un protestante, Alfredo di Lotzebeck, col
quale ebbi una conversazione ancora più futile. Parlavamo di caccia, di
piaceri, delle feste di carnevale, della serata brillante che aveva dato
la vigilia, il duca di Torlonia. Le feste del mio matrimonio non
potevano essere dimenticate e vi invitai il Lotzebeck […].
Se in quel momento un altro interlocutore fosse venuto da me e mi avesse
detto: Alfonso, da qui ad un quarto d’ora tu adorerai Gesù Cristo per
tuo Dio e Salvatore, sarai in ginocchio in una povera chiesa; ti
picchierai il petto ai piedi di un sacerdote; passerai quindi il
carnevale in un convento di Gesuiti per prepararti al battesimo, pronto
a sacrificarti per la Fede cattolica; rinunzierai al mondo, alle sue
pompe ed ai suoi piaceri, alla tua fortuna, alle tue speranze, alla tua
vita avvenire, e se sarà opportuno anche alla tua cara fidanzata,
all’affetto della tua famiglia, alla stima dei tuoi amici ed all’amore
dei Giudei […] né sospirerai ad altro che a seguire Gesù Cristo
ed a portare sulle tue spalle la sua Croce fino alla morte! [...].
Se un qualche profeta, dico, mi avesse fatto una simile predizione, io
non avrei stimato altro uomo più insensato di lui, se non chi avesse
creduto alla possibilità di una simile follia” (La
meraviglia romana… cit.).
Uscendo dal caffè Alfonso s’imbatte nel barone che lo invitò a fare una
passeggiata nella sua carrozza. Giunti alla chiesa di Sant’Andrea delle
Fratte fu pregato di attendere mentre il barone dava disposizioni per il
funerale del conte de La Ferronays deceduto improvvisamente la sera del
17.
«Io
sono entrato in quella chiesa, te lo giuro
– scriverà Alfonso allo zio – tanto ebreo quanto potessi esserlo a
Strasburgo in tutto la mia vita, e forse ancor più; e cinque minuti
appresso ne uscivo cristiano cattolico ardente, pronto a rinunciare con
allegrezza ad ogni cosa di questo mondo” (Lettera del 22 gennaio).
Che cosa era accaduto? “Mentre camminavo per la chiesa – deporrà,
sotto giuramento, al processo canonico – ed ero giunto incontro ai
preparativi del funerale, d’improvviso mi sentii preso da un certo
turbamento e vidi come un velo innanzi a me; mi sembrava la chiesa tutta
oscura, eccettuata una cappella, quasi che tutta la luce della medesima
chiesa si fosse concentrata in quella.
Levai gli occhi verso la cappella
raggiante di tanta luce, e vidi sull’altare della medesima, in piedi,
viva, grande, maestosa, bellissima, misericordiosa la SS. Vergine Maria
simile, nell’atto e nella struttura, all’immagine che si vede nella
Medaglia Miracolosa dell’Immacolata.
Mi fece cenno con la mano di
inginocchiarmi. Una forza alla quale non potevo resistere mi spinse
verso di Lei, che parve dicesse: Basta così. Non lo disse: ma lo capii.
A tal vista caddi in ginocchio nel luogo ove mi trovavo: procurai
quindi, varie volte, di levar gli occhi verso la Santissima Vergine, ma
la riverenza e lo splendore me li facevano abbassare, ciò che, però, non
impediva l’evidenza di quella apparizione. Fissai le di Lei mani, e vidi
in esse l’espressione del perdono e della misericordia.
Alla presenza della SS. Vergine,
quantunque Ella non mi dicesse parola, compresi l’orrore dello
stato in cui mi trovavo, la deformità del peccato, la bellezza della
Religione cattolica. In una parola capii tutto» (Sessione del 18 e 19 febbraio
1842).
Il resto è noto: Alfonso, dietro sue istanze, fu battezzato e volle
chiamarsi “Maria”. Fu per dieci anni gesuita, poi, con l’approvazione di
Pio IX e dei suoi superiori, si unì alla Congregazione dei Sacerdoti di
Nostra Signora di Sion, fondata dal fratello Teodoro per lavorare alla
conversione degli Ebrei. Il “proselitismo” dei cattolici non gli
ispirava più “orrore”. Tutt’altro. “Perché – scriveva allo zio,
all’indomani dell’ apparizione – i cattolici desiderano tanto la
conversione degli altri? La ragione è perché hanno la sorte di conoscere
la verità ed è loro dovere farla conoscere ai disgraziati
che vanno a perdersi per ostinazione, per ignoranza o per indifferenza”.
Per adempiere tale dovere verso i suoi ex-correligionari padre Alfonso
Maria fu missionario per 30 anni in Terra Santa e, tra l’altro, costruì
sul luogo del pretorio di Pilato la basilica dell’Ecce Homo in
omaggio di riparazione per il popolo ebreo. Morì a San Giovanni in
Montana, nel cui cimitero riposa, “gloriosa conquista” – si legge
sulla sua tomba – dell’ amore di Maria, la cui apparizione in
Sant’Andrea delle Fratte resta a ricordare che il piano di Dio sugli
Ebrei differisce totalmente dalle vie battute dall’ecumenismo
“conciliare”.
Hirpinus
da SiSiNoNo, Rivista Cattolica Antimodernista, del 30/1/2010
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La conversione del giovane Ratisbonne
I
prodigi della misericordia divina, operati attraverso la Medaglia,
corsero di bocca in bocca per tutta la Francia. In pochi anni, si
diffondeva già per il mondo intero la notizia che Nostra Signora
aveva indicato personalmente ad una suora, Figlia della Carità, il
modello di una medaglia che meritò immediatamente il nome di
“Miracolosa”, poiché immensi e copiosi erano i favori celestiali
raggiunti da coloro che la usavano con fiducia, secondo la
promessa della Vergine Santissima.
Nel 1839, più di dieci milionidi medaglie circolavano già per i
cinque continenti, ed i registri di miracoli arrivavano da tutte
le parti: Stati Uniti, Polonia, Cina, Etiopia...
Nessuno, però, causò tanto stupore e ammirazione come quello
segnalato dalla stampa nel 1842: un giovane banchiere, imparentato
con la ricchissima famiglia Rotschild, ebreo di razza e di
religione, andando a Roma con sguardo critico riguardo la Fede
Cattolica, si convertì subitamente nella Chiesa di Sant’Andrea
delle Fratte. La Vergine Santissima, era apparsa con le stesse
sembianze di quelle riportate sulla Medaglia Miracolosa. “Ella non
mi disse niente, ma io capii tutto”, dichiarò Alfonso Tobia
Ratisbonne, che subito ruppe un promettente fidanzamento e
diventò, nello stesso anno, novizio gesuita. Più tardi fu ordinato
sacerdote e prestò rilevanti servizi alla Santa Chiesa, sotto il
nome di Padre Alfonso Maria Ratisbonne.
Quattro giorni prima della sua felice conversione, il giovane
israelita aveva accettato, per bravata, l’imposizione del suo
amico, il Barone di Bussière: gli aveva promesso di pregare tutto
il giorno una “Ricordati piissima Vergine” (conosciuta preghiera
composta da San Bernardo) e portare al collo una Medaglia
Miracolosa. Ed egli la portava con sé quando Nostra Signora gli
apparve...
Questa spettacolare conversione commosse tutta l’aristocrazia
europea ed ebbe ripercussione mondiale, rendendo ancora più
conosciuta, ricercata e venerata la Medaglia Miracolosa. Tuttavia,
nessuno, né la Superiora di rue du Bac e nemmeno il Papa, sapevano
chi era la religiosa scelta da Nostra Signora come canale di tante
grazie. Nessuno... tranne Padre Aladel, che lasciava tutto
nell’anonimato. Per umiltà, Santa Caterina Labouré mantenne
durante tutta la sua vita un’assoluta discrezione, senza mai
lasciar trapelare il celeste privilegio con cui fu contemplata.
Per Lei importava
soltanto la diffusione della medaglia: era la sua missione... ed
era compiuta.
http://it.arautos.org/view/showEspecial/10230-nostra-signora-delle-grazie-e-la-medaglia-miracolosa
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