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Cosa succederebbe se si dimostrasse che gli Arabi Palestinesi, i
quali stanno vivendo da decenni schiacciati dal tallone del
moderno Stato di Israele, discendono anch’essi dai "figli di
Israele", descritti nel Vecchio Testamento?
E cosa succederebbe se si scoprisse che gli attuali Israeliani
non discendono tutti dagli Israeliti, ma molti sono un misto tra
europei, nord-africani, e persone provenienti da tutti quei
popoli che non sono "tornati" nelle loro terre di origine, ma
che, dopo essere scappati dalle persecuzioni durante la II
Guerra Mondiale, hanno dato vita al nuovo Stato di Israele,
scacciando dalle loro terre popolazioni che vivevano lì da
millenni?
Cosa si penserebbe se la storia della Diaspora Ebraica, l’esodo
degli Ebrei dalla Giudea, i quali avrebbero attraversato il
deserto per sfuggire alla crudeltà del Faraone, tramandata di
generazione in generazione da decenni, fosse completamente
inventata?
Queste sono le esplosive tesi esposte in "Quando e come è stato
inventato il Popolo Ebraico", un libro dello studente
dell’Università di Tel Aviv, Shlomo Zand (o Sand), che ha scosso
la società israeliana alle radici, quando venne pubblicato,
l’anno scorso. Dopo essere stato per 19 settimane in testa alle
classifiche di vendita israeliane, il libro è stato tradotto in
dozzine di lingue e pubblicato questo anno negli Stati Uniti
dalla Verso.
Le conseguenze di queste tesi vanno ben oltre i dibattiti
accademici che durano da epoche antidiluviane. Pochi conflitti
moderni hanno alle spalle una storia tanto lunga come quella che
vede da decenni spargimenti di sangue tra gli israeliani e i
palestinesi. Ognuno dei due popoli si contende lo stesso pezzo
di terra, considerata sacra da tutte e tre le più grandi
religioni abramitiche del mondo (Cristianesimo, Islam ed
Ebraismo), in base a rivendicazioni incentrate sui legami di
sangue con quella terra, e su identità nazionali formatesi nel
corso degli anni. Probabilmente, non c’è nessun altro posto del
mondo, dove il presente si intreccia tanto fittamente col
passato.
L’aspetto centrale del Sionismo è il racconto, comune a tutte le
famiglie ebree, di anni di esilio, di oppressione, di
redenzione, e infine, del ritorno a casa. Scacciati dal proprio
impero, il "popolo ebraico", figli e figlie dell’antica Giudea,
ha vagato per il mondo, sradicato dalla propria terra,
affrontando terribili persecuzioni ovunque si fosse trovato-
ridotti in schiavitù nell’Antico Egitto, massacrati dagli
Spagnoli nel XIV Secolo, sottoposti ai pogrom russi del XIX
Secolo, fino ad arrivare alle atrocità del III Reich Nazista.
Questa visione della storia coinvolge ogni sionista, in
particolar modo, la minoranza, presente tanto negli Stati Uniti
quanto in Israele, che ritiene che Dio abbia "donato" al suo
popolo il "Grande Israele", che comprenderebbe tanto il
territorio dell’attuale Stato di Israele, quanto i territori da
lui occupati, e che si oppone, quindi, per motivi biblici, alla
costruzione di uno Stato palestinese.
Inventare un Popolo?
La tesi centrale di Zand è che i Romani non hanno mai espulso
intere popolazioni dai loro territori. L’autore calcola che al
massimo 10.000 antichi Giudei siano scomparsi durante le guerre
con Roma, i restanti sarebbero rimasti nell’antica Giudea,
convertendosi all’Islam, e successivamente si siano assimilati
ai nuovi conquistatori, quando gli Arabi invasero quelle terre.
Quel popolo divenne il progenitore degli attuali Arabi
Palestinesi, molti dei quali attualmente vivono come rifugiati,
visto che sono stati scacciati dalle loro case durante il XX
Secolo.
Come ha riassunto il giornalista israeliano Tom Segev, in una
recensione per il giornale Ha'aretz:
"Non è mai esistito il popolo ebraico, solo la religione
ebraica, e anche il suo esilio non è mai esistito- di
conseguenza, neppure il suo ritorno a casa". Zand respinge ogni
fondamento di identità nazionale basato sulla Bibbia, compreso
quello legato all’esodo dall’Egitto, e, cosa ancora più
interessante, quello che fa riferimento agli orrori subiti
durante il periodo delle battaglie di Giosuè.
Questo è il punto: se l’antica popolazione della Giudea non è
mai stata espulsa in massa, come è stato possibile che il popolo
ebraico abbia dovuto disperdersi per il mondo? Secondo Zand, che
riporta diversi racconti di gruppi coinvolti in quella che è
conosciuta comunemente come la Diaspora degli Ebrei, alcuni di
loro hanno lasciato quella terra spontaneamente, altri si sono
convertiti al giudaismo solo successivamente. Contrariamente a
quello che si pensa comunemente, il giudaismo è una religione
evangelica che ha fatto proselitismo, vedendo convertirsi molte
persone, nel periodo della sua formazione.
Questa teoria ha un peso significativo sull’identità nazionale
di Israele. Se il Giudaismo è solamente una religione, non si
può più parlare di un popolo che discende da una nazione
dispersa, quindi crolla la motivazione principale per la quale
Israele debba rimanere uno "Stato giudaico".
Questo ci porta alla seconda teoria di Zand, il quale sostiene
che la storia del popolo ebraico, della sua trasformazione da
una popolazione con un’identità culturale e una religione mista,
a un popolo "perseguitato", sia una invenzione recente, sorta
nel XIX Secolo, ad opera del movimento Sionista, e portata
avanti dal mondo accademico israeliano; in pratica, afferma che
si tratta di una sorta di cospirazione intellettuale. Segev
afferma che si tratta di "una storia, un mito, che è servito
come pretesto per dar vita allo Stato d’Israele".
Zand è stato attaccato, ma le sue tesi sono ancora valide?
Le conseguenze delle tesi di Zand si spingono oltre: "le
possibilità che i Palestinesi siano i discendenti dell’antico
popolo della Giudea, sono molto maggiori delle vostre o delle
mie", ha dichiarato allo Ha'aretz. Secondo Zand, quindi, Israele
dovrebbe essere un paese in cui tutti gli abitanti della
"Palestina britannica" dovrebbero godere di uguali diritti e
doveri, invece che essere uno stato "Giudaico e democratico",
come è definito oggi.
Come era prevedibile, le solite accuse non hanno tardato a
colpire Zand. Ami Isseroff, scrivendo su ZioNation, il blog del
movimento sionista israeliano, ha rievocato la solita immagine
dell’Olocausto, accusandolo di offrire una "soluzione finale al
problema israeliano", nella quale "non c’è più bisogno di
Inquisizioni, delle cariche dei cosacchi, di alcun forno
crematorio o delle camere a gas". Un altro ideologo militante ha
definito il lavoro di Zand "l’ennesima manifestazione della
confusione mentale che regna nel mondo accademico di estrema
Sinistra in Israele".
Questo genere di critiche imbottite di retorica vengono rivolte
a ogni lavoro che coinvolge la vicenda Israelo-Palestinese, ma
sono un fuoco di paglia facile da domare. In realtà, critiche
più serie sono state mosse al lavoro di Zand.
In un’ampia recensione critica, Israel Bartal, Preside della
Facoltà di Scienze Umanistiche presos la Hebrew University, ha
attaccato la seconda tesi del lavoro di Zand, cioè che il mondo
accademico sionista avrebbe riscritto la storia del Giudaismo,
puntando sull’esilio e sulle conversioni forzate, per dare
legittimità alla pretesa di istituire uno stato ebraico. La
critica di Bartal si concentra sull’aspetto metodologico della
ricerca di Zand, attaccandolo su alcuni punti, segno di un
lavoro scrupoloso. Ma, curiosamente, nel difendere il mondo
accademico israeliano, Bartal finisce col sostenere la tesi più
radicale del lavoro di Zand; infatti scrive: "Anche se il mito
dell’esilio dalla patria del popolo ebraico (la Palestina) è
diffuso nella cultura popolare israeliana, è irrilevante
all’interno delle serie discussioni storiche del mondo
accademico ebraico". Poi aggiunge: "Nessun storico del movimento
nazionale ebraico ha mai seriamente creduto che le origini del
popolo ebraico siano etnicamente, o biologicamente, "pure"".
Finisce sottolineando che "importanti gruppi all’interno del
movimento sionista hanno più volte espresso riserve, o hanno
negato del tutto, l’importanza di tale mito".
Ancora scrive: "Per quello che ho potuto notare, il lavoro di
Zand non presenta alcuna tesi innovativa, che non sia già stata
avanzata" in studi precedenti. Segev ha aggiunto che "Zand non
ha scoperto nulla con la (sua) tesi di laurea; 30 anni prima
della Dichiarazione di Indipendenza , questi argomenti erano già
stati sostenuti da David Ben-Gurion, Yitzhak Ben-Zvi e da
altri".
A questo punto si potrebbe affermare che questo antico mito
della nazione israeliana in esilio, che è durato fino al suo
ritorno a casa nel XX Secolo, sia poco importante; oppure, che
stabilire se gli appartenenti al popolo ebraico condividano una
comune ascendenza genetica, o siano solamente un insieme di
persone che condividono la stessa religione, sia una cosa di
poca importanza, visto che comunque una identità nazionale si è
ormai formata, nel corso dei decenni. In realtà, il lavoro di
Zand ricopre un ruolo centrale nel dibattito sul tema, e ha
alcune importanti conseguenze all’interno dell’attuale conflitto
tra Israele e Palestinesi.
Cambiano i termini della discussione?
La ragione principale della difficoltà nel discutere del
conflitto tra Israeliani e Palestinesi è data dal lavoro svolto
dai sostenitori del controllo di Israele dei Territori Occupati,
compresa la Striscia di Gaza, che si trovano ancora sotto
un’occupazione de facto, i quali fanno apparire il sostegno
all’autodeterminazione del popolo palestinesi, come un desiderio
di assistere alla distruzione di Israele, opponendosi così alla
difesa dei diritti dei palestinesi, agitando lo spettro dello
sterminio degli ebrei. Tipiche di questo atteggiamento, sono le
reazioni alle proposte che vedono la creazione di uno stato
singolo, come la soluzione del conflitto israelo-palestinese.
Fino a pochi anni fa, l’idea di uno "stato solo per due popoli",
in cui chiunque abiti in Israele e negli attuali Territori
Occupati, abbia gli stessi diritti e doveri di fronte alla
legge, era considerata sicuramente la soluzione più giusta da
sostenere, anche perché era una delle ipotesi prese in
considerazione dalle Nazioni Unite, quando venne creato lo stato
di Israele, negli anni ’40.
Ultimamente, però, l’idea di uno "stato per due popoli" è stata
marginalizzata, e quasi abbandonata, con l’accusa che tale
soluzione finirebbe col distruggere, teoricamente e fisicamente,
Israele; senza dire, però, che così come è oggi, questo paese è
un’entità politica basata su discriminazioni etniche e
religiose, che hanno generato una classe di cittadini arabi di
seconda classe, e che è responsabile di aver creato la più
numerosa popolazione di rifugiati permanenti del mondo.
La logica conclusione del lavoro di Zand, il quale espone il
mito fondante di Israele, è il far tornare l’idea di uno "stato
per due popoli" al centro del dibattito sulle sorti di questa
controversa regione del mondo. Dopotutto, da un lato discute
l’antica questione biblica su chi siano i "veri figli di
Israele"; dall’altro, sottolinea gli aspetti comuni tra ebrei
israeliani e musulmani palestinesi. Entrambi i gruppi, infatti,
hanno diritto di vivere sulla stessa porzione di terra; entrambi
hanno dovuto affrontare persecuzioni e l’esilio forzato, durante
la loro storia; ed entrambi sostengono il loro diritto a
"tornare a casa".
A questo punto, se entrambi i popoli hanno comuni origini
bibliche, viene da chiedersi perché mai i territori che
componevano la Palestina sotto il controllo britannico, debbano
restare il rifugio per le sole persone che credono a una stessa
religione, invece che rappresentare uno stato in cui a ebrei e
arabi sia garantita uguale protezione- gli stessi diritti di
fronte alla legge di uno stato di cui non si metterebbe più in
discussione, da parte di alcuno, la legittimità a esistere.
Link originale :
http://www.alternet.org/story/122810/
Traduzione: Manuel Zanarini
www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=24229
Link a questa pagina :
http://www.holylandfree.org/criticafondazioneisraele.htm
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