Questa Redazione, pur non condividendo sempre e
necessariamente tutte le dichiarazioni degli autori nei testi citati, reputa
che esse siano comunque utili fonti di informazione e riflessione
.
Non omologati in alcun schieramento, in rispetto della libertà di pensiero e
d'espressione garantite costituzionalmente, riteniamo irrinunciabile e
giusto dare spazio a molte voci del dissenso, altrove negate.
YEMEN: LA GUERRA DEL PENTAGONO NELLA PENISOLA ARABA
di Rick Rozoff
dal sito
StopNato
Traduzione di Gianluca Freda
Nota del traduttore: questo articolo è stato scritto dieci giorni prima
che il fallito attentato di Umar Farouk Abdulmutallab contro il volo
Delta 253 americano fornisse agli USA un felice pretesto per intervenire
nella guerra civile in corso nello Yemen. L’autore aveva già capito
quali fossero gli obiettivi e gli interessi in campo e li aveva
illustrati con una certa accuratezza. Ci ha poi pensato la solita Al
Qaeda, con il consueto petardo fatto esplodere in una locazione a caso,
a creare la giustificazione per l’intervento. Al Qaeda è preziosa per la
politica estera degli Stati Uniti: consente di giustificare qualsiasi
invasione o aggressione, comparendo sempre nel luogo opportuno – quello
in cui gli USA desiderano intervenire - al momento opportuno. Se non ci
fosse bisognerebbe inventarla. E naturalmente è per questo che gli Stati
Uniti l’hanno inventata. Qui sopra ho sottotitolato l’intervista
rilasciata da Webster Tarpley a Russia Today, in cui vengono forniti
alcuni retroscena del finto attentato (ringrazio Huey Freeman e
ComeDonChisciotte che mi hanno segnalato il video).
Il 14
dicembre la BBC News ha riferito che 70 civili erano rimasti uccisi nel
corso di un bombardamento aereo effettuato sul mercato del villaggio di
Bani Maan, nel nord dello Yemen.
Le
forze armate nazionali si sono assunte la responsabilità dell’attacco,
ma un sito web dei ribelli Houthi, contro i quali l’attacco era
presumibilmente diretto, ha affermato che “aerei sauditi hanno compiuto
un massacro contro gli innocenti abitanti di Bani Maan”. [1]
Il
regime saudita si è inserito, ai primi di novembre, nel conflitto armato
tra i suddetti Houthi e il governo dello Yemen, a sostegno di
quest’ultimo, e da allora è accusato di aver condotto attacchi
all’interno dello Yemen con carri armati e aerei da guerra. Anche prima
di quest’ultimo bombardamento, moltissimi yemeniti erano già stati
uccisi e altre migliaia erano stati costretti alla fuga dai
combattimenti. L’Arabia Saudita è anche accusata di aver utilizzato
bombe al fosforo.
Inoltre, il gruppo ribelle noto come Giovani Credenti, con base nella
comunità musulmana sciita dello Yemen che comprende il 30% dei 23
milioni di abitanti del paese, ha dichiarato il 14 dicembre che “jet da
combattimento americani hanno attaccato la provincia di Sa’ada nello
Yemen” e che “jet statunitensi hanno compiuto 28 attacchi contro la
provincia nordoccidentale di Sa’ada”. [2]
L’edizione del britannico Daily Telegraph uscita il giorno
precedente riferiva di colloqui con funzionari militari statunitensi,
affermando: “Nel timore che lo Yemen non riesca a fronteggiare la
situazione, l’America ha inviato un piccolo numero di gruppi di forze
speciali per addestrare l’esercito yemenita contro questa minaccia”.
Veniva
citato un anonimo funzionario del Pentagono, il quale avrebbe affermato:
“Lo Yemen sta diventando una base di riserva di Al Qaeda per le sue
attività in Pakistan e Afghanistan”. [3]
L’evocazione del babau di Al Qaeda è comunque uno specchietto per le
allodole. I ribelli del nord dello Yemen, infatti, sono sciiti e non
sunniti, tantomeno sunniti wahabiti della varietà saudita, e pertanto
non solo non possono essere ricollegati a nessun gruppo definibile come
Al Qaeda, ma ne costituirebbero eventualmente un probabile bersaglio.
In
ossequio ai progetti statunitensi sulla regione, la stampa americana e
britannica ha di recente iniziato a parlare dello Yemen come della
“patria ancestrale” di Osama Bin Laden. Certo, Bin Laden viene da una
ben nota famiglia di miliardari dell’Arabia Saudita, ma poiché suo padre
era nato più di un secolo fa in quella che è oggi la Repubblica dello
Yemen, i media occidentali hanno iniziato a sfruttare questo irrilevante
accidente storico per suggerire che Osama Bin Laden avrebbe un ruolo
attivo all’interno della nazione e per creare un sottile legame tra le
guerre in Afghanistan e Pakistan e l’intervento americano e saudita
nella guerra civile dello Yemen.
Nel
2002 il Pentagono aveva inviato circa 100 soldati - secondo alcune
fonti, forze speciali dei Berretti Verdi – nello Yemen, allo scopo di
addestrare le forze militari del paese. In quell’occasione, verificatasi
due anni dopo l’attacco suicida – attribuito ad Al Qaeda - contro la
nave USS Cole di stanza nel porto di Aden, nello Yemen meridionale, e
accompagnata da attacchi missilistici contro leader della stessa
organizzazione, Washington giustificò le proprie azioni come ritorsione
contro quell’incidente e contro gli attacchi a New York e Washington
dell’anno precedente.
Il
contesto attuale è assai diverso e una guerra antirivoluzionaria nello
Yemen, sostenuta dagli USA, non avrebbe nulla a che fare con le presunte
minacce di Al Qaeda, ma sarebbe parte integrante di una strategia per
estendere la guerra afgana in cerchi concentrici sempre più vasti che
comprendano l’Asia meridionale e centrale, il Caucaso e il Golfo
Persico, il Sud-Est Asiatico e il Golfo di Aden, il Corno d’Africa e la
Penisola Araba. La tanto attesa dipartita del presidente George W. Bush
avrà anche portato la fine della guerra al terrorismo ufficiale, ora
definita “operazioni del contingente oltremare”, ma nulla è cambiato, a
parte il nome.
Il 13
dicembre il Gen. David Petraeus, ufficiale supremo del Comando Centrale
del Pentagono, a capo delle operazioni belliche in Afghanistan, Iraq e
Pakistan, ha dichiarato alla TV Al –Arabiya che “gli Stati Uniti
sostengono la sicurezza interna dello Yemen nell’ambito della
cooperazione militare fornita dall’America ai suoi alleati nella
regione” e ha sottolineato che “le navi americane che navigano nelle
acque territoriali dello Yemen, [sono lì] non solo per svolgere funzioni
di controllo, ma per impedire i rifornimenti di armi ai ribelli Houthi”.
[4]
Ricordiamocelo la prossima volta che la panzana di Al Qaeda/Bin Laden
verrà usata per giustificare l’estensione del coinvolgimento militare
americano nella Penisola Araba.
Lo
Yemen Post del 13 dicembre riferiva che l’ufficio centrale dei
ribelli Houthi aveva “accusato gli Stati Uniti di partecipare alla
guerra contro gli Houthi” e aveva rilasciato fotografie di aerei
militari americani “impegnati in operazioni di bombardamento contro la
provincia di Sa’ada, nel nord dello Yemen”. La fonte stimava che vi
fossero stati almeno venti raid americani coordinati attraverso la
sorveglianza satellitare. [5]
La
stampa occidentale sta partendo di nuovo alla carica nel collegare gli
Houthi, il cui background religioso di sciismo zaidita è molto diverso
da quello iraniano, con le sinistre macchinazioni attribuite a Teheran.
Nemmeno i funzionari del governo americano sono riusciti finora a
raccogliere alcuna prova che l’Iran stia appoggiando, o addirittura
armando, i ribelli dello Yemen. Questo cambierà se la sceneggiatura
andrà avanti secondo i canoni consueti, come indicato dal commento di
Petraeus riportato più sopra, e se Washington farà conveniente eco ai
proclami del governo yemenita, secondo il quale l’Iran starebbe
rifornendo di armi i suoi confratelli sciiti dello Yemen, così com’è
accusato di fare in Libano.
Lo
Yemen diventerà il campo di battaglia di una guerra per interposta
persona tra Stati Uniti e Arabia Saudita da una parte – le cui relazioni
politiche sono tra le più forti e durevoli dell’epoca successiva alla II
Guerra Mondiale – e l’Iran dall’altra.
In un
editoriale di cinque giorni fa, il Tehran Times accusava tutti
i soggetti in conflitto nello Yemen – il governo, i ribelli e l’Arabia
Saudita – di avventatezza e lanciava un avvertimento: “La storia ci
fornisce un buon esempio. L’Arabia Saudita ha finanziato i gruppi
estremisti in Afghanistan e ancora oggi, due decenni dopo il ritiro
dell’armata sovietica dal paese, le fiamme della guerra in Afghanistan
stanno devastando gli alleati dell’Arabia Saudita. Uno scenario simile
sta ora emergendo nello Yemen”. [6]
Il
paragone tra lo Yemen e l’Afghanistan si riferiva soprattutto a Riyadh,
nel secondo caso alleata di ferro degli Stati Uniti, e al suo tentativo
di esportare il wahabismo di matrice saudita per espandere la propria
influenza politica.
L’Arabia Saudita sta cercando di promuovere una propria versione
dell’estremismo nello Yemen, come ha già fatto in Afghanistan e Pakistan
e come sta attualmente facendo in Iraq. Senza che né gli Stati Uniti né
i loro alleati occidentali esprimano la minima obiezione, i sauditi e le
monarchie loro alleate del Golfo Persico si troveranno al centro, nei
prossimi cinque anni, di un commercio di armamenti, stimato per un
valore di circa 100 miliardi di dollari, dai paesi occidentali verso il
Medio Oriente. “Il fulcro di questo commercio di armamenti sarà senza
dubbio il pacchetto di sistemi militari da 20 miliardi di dollari che
gli Stati Uniti hanno offerto nei prossimi 10 anni ai sei stati del
Consiglio di Cooperazione del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi
Uniti, Kuwait, Oman, Qatar e Bahrain”. [7] L’Arabia Saudita dispone
anche di aerei da guerra francesi e britannici di ultima generazione,
nonché di sistemi di difesa antimissile forniti dagli americani.
L’avvertimento sulle “fiamme della guerra” in Afghanistan, contenuto nel
commento iraniano citato più sopra, è stato confermato alla lettera
nella Valutazione Iniziale del Comando del 30 agosto 2009, rilasciata
dal Generale Stanley McChrystal, comandante in capo delle forze
americane e NATO in Afghanistan e pubblicato dal Washington Post
il 21 settembre con le correzioni richieste dal Pentagono. Questo
documento di 66 pagine è servito da punto di riferimento per l’annuncio
fatto il 1° dicembre dal presidente Barack Obama, con cui si destinavano
all’Afghanistan altri 33.000 soldati americani. Nel suo rapporto
McChrystal affermava: “I gruppi ribelli più rilevanti in relazione al
rischio che rappresentano per la missione sono: i talebani Quetta Shura
(05T), la rete di Haqqani (HQN) e lo Hezb-e Islami Gulbuddin (HiG).”
Gli
ultimi due prendono il nome dai loro fondatori e attuali leader,
Jalaluddin Haqqanni and Gulbuddin Hekmatyar, i mujaheddin coccolati
dalla CIA americana negli anni ’80, quando il direttore dell’Agenzia
(dal 1986 al 1989) era Robert Gates, oggi Segretario della Difesa USA,
incaricato di proseguire la guerra in Afghanistan. E nello Yemen.
Nel suo
libro del 1996, “From the Shadows”, Gates si vantava del fatto
che “la CIA ha ottenuto importanti successi nelle covert actions.
Forse la più efficace di tutte è stata quella in Afghanistan, dove la
CIA, attraverso i suoi funzionari, ha destinato miliardi di dollari ai
rifornimenti di materiale e di armi per i mujaheddin…”. [8]
Nel
2008, il New York Times rendeva noti i seguenti dettagli:
“Negli
anni ’80, Jalaluddin Haqqani venne coltivato come un patrimonio
“unilaterale” della CIA e ricevette decine di migliaia di dollari in
contanti per il suo impegno nella lotta contro l’Esercito Sovietico in
Afghanistan, stando a quanto riportato in “The Bin Ladens”, un recente
libro di Steve Coll. A quel tempo, Haqqani aveva aiutato e protetto
Osama Bin Laden, che stava mettendo insieme una propria milizia per
combattere le forze sovietiche, scrive Coll. [9] Coll è anche
autore del volume Ghost Wars: The Secret History of the CIA,
Afghanistan, and Bin Laden, from the Soviet Invasion to September 10,
2001.
Hekmatyar, collega di Haqqani, “ricevette milioni di dollari dalla CIA,
attraverso l’ISI [il Servizio d’Intelligence Pakistano]. Hezb-e-Islami
Gulbuddin ricevette alcuni dei più sostanziosi aiuti da parte di
Pakistan e Arabia Saudita e lavorò con migliaia di mujaheddin stranieri
arrivati in Afghanistan”. [10]
Nel
maggio scorso il (ferventemente) filo-americano presidente del Pakistan,
Asif Ali Zardari, aveva detto alla NBC americana che “i talebani sono
parte del nostro e del vostro passato, l’ISI e la CIA li hanno creati
insieme. (I talebani) sono un mostro creato da tutti noi…” [11]
L’11
settembre 2001 c’erano solo tre nazioni del mondo che riconoscevano il
governo dei talebani in Afghanistan: Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati
Arabi Uniti. Subito dopo gli attacchi, il presidente George W. Bush
identificò immediatamente sette dei cosiddetti “Stati fiancheggiatori
del terrorismo” per potenziali ritorsioni: Cuba, Iran, Iraq, Libia,
Corea del Nord, Sudan e Siria. Già il solo Sudan, che aveva espulso
Osama Bin Laden nel 1996, aveva ogni possibile connessione col
terrorismo. Dei 19 dirottatori accusati di aver condotto gli attacchi
dell’11 settembre, 15 erano dell’Arabia Saudita, 2 degli Emirati Arabi
Uniti, uno dell’Egitto e uno del Libano. Pakistan e Arabia Saudita
restano alleati politici e militari di grande valore per l’America e gli
Emirati Arabi hanno truppe che servono in Afghanistan sotto il comando
della NATO.
E’
forse impossibile stabilire il momento esatto in cui un sedicente
combattente della guerra santa, appoggiato dagli USA, addestrato per
compiere azioni di terrorismo urbano e per abbattere aerei civili, cessa
di essere un combattente per la libertà e diventa un terrorista. Ma si
può presumere con una certa sicurezza che ciò avviene quando egli non è
più utile a Washington. Un terrorista che serve gli interessi americani
è un combattente per la libertà; un combattente per la libertà che si
rifiuta di farlo, è un terrorista.
Per
decenni l’African National Congress di Nelson Mandela e l’Organizzazione
per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat sono stati in cima
alla lista dei gruppi terroristici compilata dal Dipartimento di Stato.
Ma la Guerra Fredda era appena finita che già tanto Mandela quanto
Arafat (come pure Gerry Adams del Sinn Fein) venivano invitati alla Casa
Bianca. Il primo ricevette il Nobel per la pace nel 1993, il secondo nel
1994.
Se
negli anni ’80 un ipotetico militante jihadista fosse partito
dall’Arabia Saudita o dall’Egitto per andare in Pakistan a combattere
contro il governo dell’Afghanistan e i suoi alleati sovietici, agli
occhi degli Stati Uniti egli sarebbe stato un combattente per la
libertà. Se invece fosse andato in Libano, sarebbe stato un terrorista.
Se fosse arrivato in Bosnia nei primi anni ’90, sarebbe stato ancora un
combattente per la libertà, ma se si fosse fatto vedere nella Striscia
di Gaza o nella West Bank sarebbe stato un terrorista. Nel nord del
Caucaso russo sarebbe rinato come combattente per la libertà, ma se
fosse tornato in Afghanistan dopo il 2001 sarebbe stato un terrorista.
A
seconda di come tira il vento dal Fondo Nebbioso, insomma, un
separatista pakistano del Belucistan o un separatista indiano del
Kashmir può diventare combattente per la libertà o terrorista.
E
viceversa: nel 1998 l’inviato speciale degli USA nei Balcani, Robert
Gelbard, descrisse l’Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA), che
combatteva contro il governo jugoslavo, come un’organizzazione
terroristica: “So riconoscere un terrorista quando ne vedo uno, e questi
uomini sono terroristi”. [12]
Ma nel
febbraio seguente, il Segretario di Stato americano Madeleine Albright
portò cinque uomini del KLA, compreso il suo capo, Hashim Thaci, a
Rambouillet, in Francia, per lanciare alla Jugoslavia un ultimatum che
sapeva sarebbe stato rifiutato e avrebbe condotto alla guerra. L’anno
successivo fu la stessa Albright a scortare Thaci in un tour personale
del QG delle Nazioni Unite e del Dipartimento di Stato, invitandolo poi
come ospite alla convention per le nomine presidenziali del Partito
Democratico, a Los Angeles.
Lo
scorso 1° novembre, Thaci, adesso primo ministro di uno pseudo-stato
riconosciuto solo da 63 delle 192 nazioni del mondo, ha ospitato l’ex
presidente USA Bill Clinton per l’inaugurazione di un monumento eretto
in onore dei crimini di quest’ultimo. E della sua vanità.
Washington ha sostenuto i separatisti armati dell’Eritrea dalla metà
degli anni ’70 fino al 1991 nella loro guerra contro il governo
dell’Etiopia.
Attualmente gli Stati Uniti forniscono armi alla Somalia e al Gibuti per
la loro guerra contro l’Eritrea indipendente. Il Pentagono possiede nel
Gibuti la più importante delle sue basi militari permanenti, la quale
ospita 2.000 soldati e dalla quale viene gestita la sorveglianza tramite
aerei spia sulla Somalia. E sullo Yemen.
Per
dirla con le parole di Vautrin, il personaggio di Balzac: “Non esistono
i principi, ma solo gli eventi; non ci sono leggi, ci sono solo
circostanze…”.Gli yemeniti sono gli ultimi ad apprendere la legge della
giungla voluta dal Pentagono e dalla Casa Bianca. Insieme a Iran e
Afghanistan, che lo specialista di contro-insorgenza Stanley McChrystal
ha usato per perfezionare le proprie tecniche, lo Yemen sta per unirsi
ai ranghi di tutte quelle nazioni in cui l’esercito degli Stati Uniti è
impegnato in varie tipologie di azioni di guerra, ricche di massacri di
civili e di altre forme di cosiddetti “danni collaterali”: Colombia,
Mali, Pakistan, Filippine, Somalia e Uganda.
1) BBC News, December 14, 2009
2) Press TV, December 14, 2009
3) Daily Telegraph, December 13, 2009
4) Yemen Post, December 13, 2009
5) Ibid.
6) Tehran Times, December 10, 2009
7) United Press International, August 25, 2009
8) BBC News, December 1, 2008
9) New York Times, September 9, 2008
10) Wikipedia
11) Press Trust of India, May 11, 2009
12) BBC News, June 28, 1998
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