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"Notizie dalla Terra Santa"

 

Anno VI - 2010

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Questa Redazione, pur non condividendo sempre e necessariamente tutte le dichiarazioni degli autori nei testi citati, reputa che esse siano comunque utili fonti di informazione e riflessione.

Non omologati in alcun schieramento, in rispetto della libertà di pensiero e d'espressione garantite costituzionalmente, riteniamo irrinunciabile e giusto dare spazio a molte voci del dissenso, altrove negate.

Netanyahu a Mitchell (inviato USA):

colonie linea invalicabile

 

Tel Aviv - Agenzie - 23 aprile 2010 -  Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato ieri sera all'inviato Usa George Mitchell, in visita in Medio Oriente, che Israele non fermerà le attività di colonizzazione nei territori occupati, inclusa Gerusalemme est. 

L'incontro tra i due ha avuto luogo poco dopo l'arrivo in Israele di Mitchell e della sua delegazione, per quella che è la prima visita da sei settimane.

Netanyahu ha dichiarato esplicitamente alla Tv israeliana che “le colonie sono da considerare una linea invalicabile”; ha quindi sminuito le differenze di punti di vista tra Israele e Stati Uniti, definendo le relazioni tra i due paesi aperte e sincere.

Inoltre, il premier ha accusato i palestinesi di porre ostacoli e precondizioni agli sforzi di ripresa del processo di pace.

Per quanto riguarda l'Iran, Netanyahu ha suggerito che gli Usa dovrebbero aumentare le sanzioni nei confronti di Teheran, aggiungendo comunque che “Israele si riserva il diritto di difendersi”.

Ha anche affermato che il suo paese non è interessato a una guerra, e che l'Iran, tuttavia, vende armi di contrabbando al partito libanese di Hezbollah attraverso il confine con la Siria.

Philip Crowley, portavoce del Dipartimento di Stato, ha risposto alle rivendicazioni del primo ministro sostenendo che gli “Stati Uniti comprendono la posizione israeliana”, ma che la situazione in Medio Oriente non può rimanere nelle attuali condizioni.

Israele e i palestinesi, ha aggiunto Crowley, hanno le loro responsabilità e dovrebbero adempiere agli impegni che spettano a ciascuno di loro, allo scopo di creare un'atmosfera che permetta al processo di pace di sbloccarsi.

Dopo il colloquio con Netanyahu, è previsto per oggi l'incontro a Ramallah tra Mitchell e il presidente palestinese Mahmud Abbas, che ieri ha ricevuto una telefonata dal segretario di Stato americano Hillary Clinton. Secondo la ex first-lady, il presidente Barack Obama sarebbe deciso a risolvere tutte le questioni di status territoriale, e in particolare s'impegnerebbe a perseguire la soluzione dei due stati, israeliano e palestinese.

 

http://www.infopal.it/leggi.php?id=14355

 


Coloni in marcia verso Gerusalemme,

con la protezione della polizia israeliana

 

Al-Quds occupata (Gerusalemme) - 22 aprile 2010

Ore 10. Coloni in marcia verso Gerusalemme, con la protezione della polizia israeliana.

Gruppi estremisti ebraici si stanno preparando ad un corteo che si snoderà per le vie di Silwan, a Gerusalemme (al-Quds), per chiedere la demolizione di case di palestinesi, i quali, secondo costoro, dovrebbero essere cacciati dal quartiere per fare posto alle loro costruzioni coloniali.

Fonti israeliane ricordano che la polizia proteggerà il corteo, che si terrà il 25 aprile a Silwan, onde prevenire disordini tra gli abitanti del luogo e i coloni, i quali, 70 in tutto, percorreranno 700 metri sventolando bandiere israeliane.

Il quartiere di Silwan ha già visto numerose azioni provocatorie da parte dei coloni e di elementi della polizia, ma i suoi abitanti sono sempre riusciti a fronteggiarli.

Le forze d'occupazione, in previsione di scontri e per proteggere l'incolumità dei coloni, avevano sempre evitato di concedere il premesso di tenere questo corteo.

Scontri a Silwan, Gerusalemme: proteste negate ai palestinesi, permesse ai coloni.

Fonti locali di Gerusalemme est hanno riportato ieri notizie di scontri avvenuti tra alcuni ragazzi palestinesi e i soldati israeliani a Silwan, cittadina nei pressi della capitale contesa.

Gli incidenti sono scoppiati quando un gruppo di coloni ebrei fondamentalisti ha condotto delle azioni provocatorie contro i palestinesi locali e le loro case.


I coloni hanno infatti dato l'assalto alle abitazioni e ai loro inquilini, che hanno risposto lanciando pietre e bottiglie vuote.

L'episodio, va ricordato, è accaduto martedì sera dopo che alcune forze dell'esercito israeliano sotto copertura hanno catturato tre giovani vicino a una tenda di protesta eretta nel quartiere di al-Bustan.

Una fonte della polizia israeliana ha inoltre affermato che due guardie di frontiera sono rimaste ferite negli scontri.

Hatem Abdul-Qader, responsabile della questione di Gerusalemme presso il movimento di Fatah, ha chiesto che vengano organizzate domani delle proteste e delle preghiere collettive nel quartiere di al-Bustan.

Ha quindi criticato aspramente la polizia israeliana per non aver concesso agli abitanti dell'area il permesso di condurre la protesta, mentre ai coloni viene lasciato campo libero per protestare [vedi sotto] e attaccare i residenti e le loro proprietà.

Al-Bustan è uno dei tanti quartieri palestinesi dove gli ebrei stanno occupando le case con la forza, mentre i tribunali israeliani concedono loro maggior potere per scacciare gli arabi, com'è accaduto nel caso dele appropriazioni illegali nel quartiere di Sheikh Jarrah.

Intanto, ai coloni ebrei è stato anche rilasciato un permesso per organizzare una dimostrazione domenica a Silwan, allo scopo di chiedere al governo d'intensificare le demolizioni di case palestinesi e di rimuovere gli arabi dalla cittadina per rimpiazzarli con i nuovi arrivati.

La polizia, confermando questa notizia, ha specificato che ai coloni verrà “fornita la protezione delle forze dell'ordine”.

 

http://www.infopal.it/leggi.php?id=14331

 


Israele: proibito ricordare la Nakba

 

21 aprile 2010 - Migliaia di palestinesi hanno marciato ieri dalla città araba di at-Tira alle rovine del villaggio arabo di Miska – distrutto e svuotato dei suoi abitanti durante la creazione dello stato d'Israele nel 1948 – reggendo bandiere palestinesi e striscioni con i nomi dei villaggi arabi devastati durante la Nakba.

I manifestanti hanno intonato slogan contro l'occupazione israeliana e i suoi crimini contro i palestinesi e i loro villaggi, e hanno anche cantato i nomi delle centinaia di villaggi cancellati dall'occupazione israeliana.

I palestinesi residenti in Israele hanno commemorato così il 62° anniversario della Nakba, quando centinaia di migliaia di palestinesi e arabi vennero costretti a trasferirsi, e centinaia tra città e villaggi furono spazzati via mentre veniva fondato lo stato d'Israele.

Tredici anni fa, arabi e palestinesi ancora in territorio israeliano decisero che la loro protesta annuale in ricordo della Nakba sarebbe stata chiamata “La loro Indipendenza, la nostra Nakba”.

Il mese scorso, per contrastare queste iniziative, la Knesset ha emesso un decreto preliminare allo scopo di proibire qualsiasi commemorazione della Nakba e istruire il governo a punire finanziariamente i consigli e le municipalità locali che vi partecipano.

Il governo, in particolare, non dovrebbe sostenere alcuna autorità locale che:  

1. Non riconosca Israele come stato ebraico

2. Parli di “razzismo”, “violenza” e “terrorismo” [in riferimento a Israele, ndr]

3. Sostenga la lotta armata, le attività paramilitari e i gruppi e i paesi che combattono contro Israele

4. Celebri l'Indipendenza israeliana in memoria della Nakba, o come giornata di dolore

5. Diffami o boicotti la bandiera israeliana e il suo simbolo

Il deputato arabo alla Knesset Jamal Zahalka, dell'Assemblea nazional-democratica, ha affermato che gli arabi palestinesi non abbandoneranno mai il loro Diritto al ritorno, né dimenticheranno o perdoneranno i responsabili del crimine della Nakba, lo sgombero della popolazione locale, l'occupazione e il razzismo subiti.

Zahalka ha inoltre dichiarato a Arabs48 che mentre Israele celebra l'indipendenza, il mondo deve sapere che la stessa parola “indipendenza” è una grossa bugia.

“È vero, – spiega – il Mandato britannico finì nel 1948, ma l'occupazione che rimpiazzò la colonizzazione britannica è molto più pericolosa (…) [È] un progetto sionista che ha costretto la popolazione allo spostamento e continua a sradicarla dalle sue terre. Questo progetto sionista è sostenuto dalle potenze mondiali, che ancora ignorano e deridono i diritti, la storia e l'esistenza stessa dei palestinesi”.

Ha quindi definito “razzista” la legge contro la commemorazione della Nakba, e ha annunciato che gli arabi la sfideranno e la ostacoleranno.

“È una legge razzista, – ha sottolineato il leader arabo – un'ulteriore prova del declino ideologico e morale sionista: qualsiasi legge vieti alla popolazione di ricordare le sue sofferenze, e di esprimere il suo cordoglio, è una legge razzista. Questo ed altri decreti simili dimostrano che Israele non è né sarà mai in grado di abrogare la storia dei palestinesi locali; questa è la nostra terra, la nostra storia, e non riusciranno mai a farci perdere le nostre radici”.

 

(Fonte: Imemc)

http://www.infopal.it/leggi.php?id=14324

 


 

 Bombardamenti israeliani contro il centro della Striscia di Gaza.

Reazione della Resistenza


Gaza - 21 aprile 2010 - Ieri, forze speciali israeliane sono penetrate nei pressi dell'area di Kissufim, ma sono state attaccate dalle brigate al-Quds, ala militare del Jihad islamico.

In serata, le brigate al-Aqsa, ala militare di Fatah, hanno rivendicato la responsabilità degli scontri con forze di invasione israeliane entrate nella stessa area.

Mentre le brigate si stavano preparando a lanciare dei razzi, l'aviazione militare israeliana li ha colpiti con un missile. E' quanto i resistenti hanno dichiarato in un comunicato stampa.

Testimoni oculari hanno affermato che carrarmati israeliani hanno sparato una decina di missili di artiglieria contro una zona a est di Deyr al-Balah, mentre l'aviazione da guerra bombardavano l'area.

Intenso bombardamento israeliano a Deyr al-Balah. L’aviazione militare israeliana ha sferrato un attacco sulla parte orientale di Deyr al-Balah, mentre gli elicotteri sparavano su case e terreni agricoli della cittadina che si trova nel centro della Striscia di Gaza.

Il nostro corrispondente riferisce che l’artiglieria israeliana ha sparato almeno 15 colpi contro lo stesso obiettivo già colpito dall’aviazione.

Il capo dell’Esercito israeliano afferma di aver fatto fallire nella notte un’operazione condotta dalla Resistenza che mirava a colpire la postazione militare nemica di Kissufim. Il gruppo, composto da tre di resistenti, è stato fatto oggetto dei colpi d’arma da fuoco sparati dai militari israeliani.

Mu‘awiya Hassanein, direttore del servizio emergenze presso il ministero della Salute a Gaza, nega che vi siano morti o feriti a causa di quest’intenso bombardamento.

Ma quando il bombardamento israeliano sarà finito, l’Alto comitato di coordinamento - ha detto Hassanein – prenderà contatti con la Croce Rossa per avere il permesso dall’esercito israeliano di entrare nella zona colpita dai bombardamenti, onde perlustrarla e controllare se vi sono morti o feriti.

 

http://www.infopal.it/leggi.php?id=14312

  


Khaled Meshaal: Non accetteremo mai le vostre condizioni

Damasco - PalestinianInformationCentre - 20 aprile 2010 - Khaled Meshaal, capo dell'Ufficio politico di Hamas, ha affermato che il suo movimento ha rifiutato la proposta ricevuta da parte di leader arabi nella quale essi lo esortano ad accettare alcuni punti, tra cui il "riconoscimento di Israele", in cambio del raggiungimento della riconciliazione nazionale interpalestinese.

"Devo dire la verità: i leader arabi ci hanno fatto sapere che non ci saranno né riconciliazione né modifiche al documento di riconciliazione a meno che non accettiamo condizioni politiche simili a quelle avanzate dal Quartetto internazionale", ha dichiarato Meshaal a margine di una iniziativa di solidarietà con i prigionieri palestinesi svoltasi ieri a Damasco.

"Noi diciamo agli americani, ai sionisti e a coloro che accettano le loro condizioni: non obbediremo mai alle vostre condizioni e non pagheremo questo prezzo politico, quale che sia la durata dell'embargo".

Parlando dei prigionieri, Meshaal ha giurato di far liberare tutti i palestinesi dalle carceri israeliane catturando altri soldati israeliani.

"Gilad Shalit non è né il primo prigioniero né l'ultimo... questa è una promessa", ha concluso il capo di Hamas.

 

http://www.infopal.it/leggi.php?id=14311

 


 

 Il deputato palestinese Al-Barghouthi:

Tel Aviv festeggia quella che per noi è la catastrofe,

ma è giunto il tempo di porre fine a questa ingiustizia storica

Ramallah - 21 aprile 2010 - Il segretario generale del movimento d'Iniziativa palestinese, il deputato Mustafa al-Barghouthi, ha auspicato un ritorno allo spirito di lotta e ad un rafforzamento della resistenza popolare in modo fronteggiare i piani degli occupanti israeliani.

"Nel mondo si celebra la nascita di Israele, che corrisponde alla nostra 'catastrofe', pertanto vi è una seria responsabilità morale, ma anche giuridica: si deve porre fine al silenzio generale, impegnandosi per far rispettare il diritto internazionale calpestato da Israele con le sue continue violazioni contro i diritti del popolo palestinese, le più gravi delle quali sono impedire che sorga uno Stato palestinese e che i profughi possano fare ritorno".

Al-Barghouthi ha poi aggiunto che "è arrivato il tempo per mettere fine a quest'ingiustizia storica contro il popolo palestinese cominciata con la Dichiarazione Balfour (1917), che concesse una terra non posseduta a chi non ne aveva alcun diritto, alla faccia della storia e dei palestinesi, e che spianò la strada alla cacciata dei palestinesi dalla loro terra trasformandoli in 'profughi' sparpagliati in ogni parte del mondo".

"Vi sono generazioni di palestinesi che tengono ancora al diritto al ritorno dei loro padri e dei loro nonni alle loro case, e questo diritto ereditario non cadrà mai in prescrizione, né decadrà grazie alle misure degli occupanti prese per far accettare lo stato di fatto". "Quel che è stato preso con la forza - ha detto al-Barghouthi - verrà ripreso solo con la forza, pertanto bisogna adottare una posizione di resistenza popolare per ripristinare l'unità nazionale, sostenendo la determinazione e la fermezza dei nostri connazionali sulla loro terra, incoraggiando le iniziative di sostegno internazionali". 

Al-Barghouthi ha poi spiegato che il fattore tempo è importante nella causa nazionale palestinese, sistematicamente presa di mira da Israele, quindi è nostro dovere, di tutti, prendere coscienza della gravità della fase attuale e lavorare quindi per ripristinare l'unità nazionale poiché essa è la fonte della nostra forza nell'affrontare l'occupazione e l'arroganza israeliane

"Gli insediamenti israeliani e la rapina delle terre ad al-Quds (Gerusalemme) e in Cisgiordania equivalgono  esattamente alla giudaizzazione della Galilea (al-Jalil) e delle aree su cui avvenne la prima 'Nakba', coi palestinesi messi in 'cantoni' e 'riserve' in un sistema d'apartheid che impedisce l'edificazione di un vero Stato palestinese sovrano e in cui si possa vivere". Egli si è poi detto certo della capacità del popolo palestinese e della sua volontà ferrea nel difendere i suoi diritti e il suo onore: esso non accetterà mai di essere schiavo degli occupanti.

Al-Barghouthi ha infine sottolineato che "la storia non ha pietà di chi si disinteressa di situazioni simili in cambio di piccoli vantaggi personali o di partito. Il futuro del popolo palestinese e del suo progetto nazionale è più grande di qualsiasi partito o persona, però è bene sapere che Israele sfrutta le divisioni esistenti per farci sparire e che tutti siamo nel mirino, senza eccezione".

 

http://www.infopal.it/leggi.php?id=14326


 

Al-Barghouthi: a rischio di espulsione 80.000 palestinesi

 

15/04/2010
 

 

Mustafa al-Barghouthi, parlamentare e segretario generale del movimento di Iniziativa palestinese, avverte che l'ordinanza militare sulla presenza palestinese in Cisgiordania "prelude ad una nuova pulizia etnica contro almeno 80.000 palestinesi".

Durante una conferenza stampa a Ramallah, al-Barghouthi ha rilevato che questo tipo di ordinanze "è stato utilizzato in precedenza da Israele, prima dell'occupazione del 1967, per impedire che i profughi palestinesi facessero ritorno nelle loro terre".

 

L'ordinanza militare, pertanto, "rappresenta una sorta di santificazione del sistema dell'apartheid, il cui scopo principale è la trasformazione delle città, dei paesi e delle province palestinesi in riserve e prigioni, le une separate dalle altre".

"L'ordinanza inoltre sancisce la divisione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, tra Gerusalemme (al-Quds), la Cisgiordania e Gaza, trattandone gli abitanti come criminali infiltratisi nella loro stessa patria, perciò ogni palestinese di ciascuna parte dei territori occupati viene considerato obiettivo di questa ordinanza".

Ha poi detto al Barghouthi: "L'ordinanza militare rivela inoltre i difetti dell'Accordi di Oslo e l'errore che tali accordi hanno comportato accettando il governo militare e l'amministrazione civile anche nelle regioni in cui vi era l'ANP, nella quali il controllo israeliano non è mai venuto meno".

Al-Barghouthi ha infine affermato che l'ordinanza israeliana è da considerare alla stregua della "cancellazione di tutto ciò che restava degli Accordi di Oslo, in una maniera che conferma come Israele non riconosca qualsiasi influenza o potere all'ANP; cancella inoltre il ruolo di ogni istituzione legislativa, esecutiva e giudiziaria palestinese; stabilisce che l'occupazione israeliana in Cisgiordania, nelle zone A, B e C non terminerà affatto".

http://www.infopal.it

 


Dal '67 a oggi: 750mila palestinesi arrestati da Israele

 

di Abd el-Ghani ash-Shami - 19/04/2010

 

Ieri, 17 aprile, ricorreva in Palestina la Giornata del Prigioniero Politico Palestinese. Per avere un'idea della portata della repressione, basta leggere le cifre contenute nell'articolo di 'Abd el-Ghani ash-Shami, che riprendiamo da Infopal.

 

 

Un nuovo rapporto pubblicato dall'ex prigioniero e ricercatore specializzato sulle questioni dei detenuti palestinesi 'Abd al-Naser Farwana spiega che gli occupanti israeliani, dal 1967, hanno arrestato circa 750.000 palestinesi di ogni parte della Palestina, tra cui circa 12.000 donne e decine di migliaia di ragazzini.

 

Il rapporto statistico, pubblicato in occasione della Giornata del prigioniero palestinese, che cade ogni anno il 17 aprile, evidenzia che vi sono circa 70.000 prigionieri messi in carcere da Israele a partire dall'Intifada di al-Aqsa (scoppiata il 28 settembre 2000), tra cui si contano circa 850 donne e 8.000 ragazzini.

 

Farwana chiarisce che gli arresti non si limitano ai membri di una specifica parte politica o di un settore della società, ma interessano tutti, indistintamente, comprendendo bambini, ragazzi, vecchi, ragazze, madri e mogli, malati e invalidi, operai e accademici, parlamentari ed ex ministri, leader politici, sindacali, professionali eccetera.

 

Farwana osserva perciò che quello di "prigioniero" è, nello specifico lessico palestinese, il termine più chiaro e stabile, essendo ormai entrato a far parte della cultura palestinese, poiché non vi è famiglia palestinese in cui uno o più membri non siano stati arrestati. Pertanto la questione dei prigionieri è diventata una questione centrale per il popolo palestinese, interessando ogni famiglia palestinese.

 

Farwana rivela nel suo rapporto che il totale dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, al 15 aprile 2010, è di circa 7.000, tra cui 35 donne e 337 ragazzini, oltre a 257 "detenuti amministrativi". Tra costoro, vi sono anche ben 15 parlamentari ed ex ministri, nonché leader politici. Tutti sono distribuiti in circa venti carceri, istituti penitenziari e centri di detenzione, i più noti dei quali sono quelli di Nafha, Rimon, Ashqelon, Beersheba (Bi'r as-Sab'), Hedarim, Jalbu', Shatta, ar-Ramla, ad-Damon, Hisharun, più i penitenziari del Negev, di Ofer, di Megiddo...

 

Circa 5.110 detenuti (il 73% del totale) scontano pene di diversa durata: 791 prigionieri scontano uno o più ergastoli, 579 sono i prigionieri condannati a pene superiori ai vent'anni e 1.065 scontano pene comprese tra i dieci e i vent'anni.

 

Ve ne sono poi 1.633 (il 23,3% del totale) in attesa di giudizio, con i "detenuti amministrativi" che sono 257 (il 3,7% del totale), mentre otto sono agli arresti in base alla legge sui combattenti illegali.

 

Da quando è scoppiata l'Intifada di al-Aqsa, le autorità d'occupazione hanno emesso a carico di palestinesi circa 20.000 condanne alla "detenzione amministrativa", tra nuovi arresti e rinnovi di precedenti arresti, così 257 palestinesi sono ancora in carcere in base a questo tipo di detenzione.

 

Per quanto riguarda i ragazzini, il curatore del rapporto evidenzia che gli occupanti israeliani, dall'inizio dell'Intifada di al-Aqsa, ne hanno arrestati circa 8.000, di cui 337 sono ancora in carcere, rappresentando oggi una percentuale del 4,8% del totale dei prigionieri. Tra costoro, 298 hanno un'età compresa tra sedici e diciotto anni e 39 hanno meno di sedici anni, ma sono egualmente esposti a tutti i maltrattamenti, le punizioni, i diritti negati ecc. che devono sopportare gli adulti, pertanto il loro futuro è fortemente a rischio e la loro situazione è in contrasto senz'altro con tutte le norme e i patti internazionali sui diritti dell'infanzia.

 

Il 97% dei ragazzini arrestati sono stati sottoposti a torture: sacchetti in testa, terrore, botte. Vi sono tra coloro circa 400 prigionieri che hanno compiuto diciott'anni in galera e continuano ad essere in galera; altri invece sono stati arrestati che erano ragazzini, ma poi hanno passato in carcere più anni di quelli che ne avevano passati fuori.

 

Per quanto riguarda le prigioniere, Farwana riferisce che le forze d'occupazione israeliane, a partire dall'Intifada di al-Aqsa, hanno arrestato circa 850 donne. Oggi in carcere ve ne sono 35: una è di Gaza (Wafa' al-Bus), in isolamento nel carcere di ar-Ramla da alcuni mesi; quattro sono di al-Quds (Gerusalemme), tre della Palestina occupata nel 1948 [Israele, ndr] e le altre di varie località della Cisgiordania. Tutte si trovano in luoghi inadatti per delle donne, senza alcuna attenzione al fatto che sono donne, ai loro bisogni, quindi senza alcun rispetto dei loro diritti sanciti nei trattati internazionali. Cinque di queste prigioniere scontano pene all'ergastolo: Ahlam at-Tamimi, Qahira as-Sa'di, Sana' Shahadeh, Du'a' al-Jayyusi e Amina Muna.

 

Quattro di queste prigioniere hanno partorito in carcere, senza poter godere di condizioni adeguate a livello medico e senza che i familiari potessero star loro accanto durante il parto in ospedale. Queste 'madri in carcere' sono: Mirfat Taha, di al-Quds (Gerusalemme), il cui bambino è nato l'8 febbraio 2003; Manal Ghanim, che ha partorito il 10 ottobre 2003; Samar Subayh, del campo profughi di Jabaliya (Gaza), che ha messo al mondo un figlio il 30 aprile 2006; Fatima Az-Zaqq, il cui figlio Yusuf ha visto la luce il 17 gennaio 2008. Tutte, adesso, sono state liberate.

 

Per quanto riguarda invece la distribuzione geografica dei prigionieri, Farwana osserva che la stragrande maggioranza (5.873, ovvero l'83,9%) è della Cisgiordania, mentre quelli della Striscia di Gaza sono 735 (il 10,5% del totale); invece, quelli di al-Quds (Gerusalemme) e della Palestina occupata nel '48 [Israele, ndr] sono 392 e rappresentano il 5,6% del totale, per non parlare poi delle decine di detenuti di vari Paesi arabi.

 

Per quanto concerne gli aspetti sociali, il rapporto sottolinea che la maggioranza dei prigionieri sono ragazzi non sposati tra i diciotto e i trent'anni: 4.760 (il 68% del totale) sono per l'appunto non sposati.

 

Vi sono poi 313 detenuti in carcere da prima degli "Accordi di Oslo" e dell'edificazione dell'Autorità Nazionale Palestinese (4 maggio 1994): 126 sono della Cisgiordania, 125 della Striscia di Gaza, 41 di al-Quds (Gerusalemme), 20 della Palestina occupata nel 1948 [Israele, ndr] e uno del Golan [al-Julan, ndr] siriano occupato.

 

Tra i "veterani" ve ne sono 115 che sono in carcere da più di vent'anni di fila. Essi sono noti come "i decani della prigionia". Tra questi vi sono i cosiddetti "Generali della perseveranza" che comprende quattordici prigionieri, e sono quelli che hanno trascorso in carcere più di un quarto di secolo consecutivamente: questa denominazione gli è stata attribuita in virtù della loro pazienza e perseveranza dimostrate nel sopportare ogni difficoltà. Si tratta di Na'il al-Barghouthi (di Ramallah, in carcere dal 4 aprile 1978), Fakhri al-Barghouthi (di Ramallah, in carcere dal 23 giugno 1978), Akram Mansour (di Qalqiliya, agli arresti dal 2 agosto 1979), Fu'ad ar-Razim (di al-Quds/Gerusalemme, in carcere dal 30 gennaio 1981), Ibrahim Jaber (di al-Khalil/Hebron, arrestato l'8 gennaio 1982), Hasan Salama (di Ramallah, in prigione dall'8 agosto 1982), 'Uthman Maslah (di Salfit, arrestato il 15 ottobre 1982), Sami, Karim e Maher Younis (della Palestina del '48/Israele), in carcere dal gennaio del 1983, Salim al-Kayyal (in carcere dal 30 maggio 1983), Hafid Qandas (di Yafa/Giaffa, arrestato il 15 maggio 1984, 'Isa 'Abd Rabbo (di Betlemme, in carcere dal 20 ottobre 1984), Ahmad Farid Shahadeh (di Ramallah, agli arresti dal 16 febbraio 1985). È degno di nota che tre di questi "Generali della perseveranza" sono nelle carceri di Israele da oltre trent'anni.

 

Per ciò che attiene alle condizioni sanitarie dei prigionieri, il rapporto, senza timore d'esagerare, consente di affermare che tutti costoro soffrono di varie malattie causate dalle dure condizioni in cui versano le prigioni (incuria sanitaria, cure vietate ecc.). Alcuni di questi malati soffrono di patologie gravissime, ed alcuni sono addirittura in stato terminale, come quelli che, e sono decine, sono malati di cancro.

 

Farwana, nel suo rapporto, fa riflettere sul fatto che Israele è l'Unico Stato al mondo che ha reso le torture fisiche e psicologiche, proibite in ogni loro forma a livello internazionale, una cosa legale tra i suoi apparati di sicurezza e giudiziari, fornendo loro addirittura copertura. Gli apparati di sicurezza israeliani praticano la tortura contro i prigionieri palestinesi in circa settanta modi diversi, a livello corporale e psicologico: percosse, congelamento, terrore, scosse, stare in piedi a oltranza, privazione del sonno e del cibo, isolamento, pressioni sui testicoli, rottura delle costole, percosse sulle ferite, imprigionamento dei parenti (puniti anche davanti al prigioniero), sputi in faccia, incaprettamento, botte allo stomaco e alla testa eccetera.

 

Farwana ha dichiarato che nel periodo per il quale esistono statistiche ufficiali si può dire che vi sia una stretta relazione tra l'arresto e le torture, poiché tutti quelli che sono stati arrestati sono stati in qualche modo torturati, psicologicamente o corporalmente, oppure sono stati sottoposti a danneggiamenti morali e ad umiliazioni di fronte ad un pubblico o a membri della loro famiglia.

 

Nel suo rapporto Farwana ricorda che, in base alla documentazione a sua disposizione, dal 1967 i martiri tra i prigionieri sono 197, l'ultimo dei quali è stato 'Ubayda Maher al-Qudsi ad-Duweyk (25 anni, di al-Khalil/Hebron), arrestato e ferito il 26 agosto 2009, ma deceduto il 13 settembre 2009 perché rimasto senza le cure necessarie.

 

Tra i prigionieri che hanno trovato il martirio in carcere se ne contano 49 a causa dell'incuria sanitaria, 70 a causa delle torture, 71, intenzionalmente, dopo l'arresto e 7 a causa di un eccessivo utilizzo della forza o ammazzati con una revolverata dentro il carcere.

 

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