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Israele impone un blocco su tutta la
Cisgiordania
Matteo Bernabei - Rinascita.eu - 12 Marzo 2010

Il governo israeliano ha deciso di chiudere per 48 ore, dalla mezzanotte
di giovedì a quella di sabato, tutte le frontiere con la Cisgiordania.
Il ministro delle Difesa Ehud Barack ha giustificato la scelta
dell’esecutivo adducendo “motivi di sicurezza”. “L’Idf continuerà a
proteggere i cittadini di Israele mantenendo allo stesso tempo la
qualità di vita della popolazione palestinese della zona”, ha detto il
leader laburista spiegando che gli operatori sanitari e religiosi, gli
insegnanti, i giornalisti ed altre categorie sono esonerate dal
provvedimento di chiusura. Secondo i vertici delle forze di sicurezza di
Tel Aviv, infatti, ci sarebbe in questi due giorni un forte rischio di
attentati. Quanto ciò sia vero è da stabilire, la cosa certa però è che
la tensione fra israeliani e palestinesi è alle stelle.
Complice il comportamento volutamente provocatorio del governo di
Netanyahu che, a sole 24 ore dall’avvio dei trattati di pace indiretti,
ha annunciato la costruzione di altre 1600 nuove abitazioni a
Gerusalemme est da destinare ai cittadini ebrei. Un annuncio arrivato a
pochi giorni dalla decisione di ampliare l’insediamento illegale di
Beitar Illit in Cisgiordania. Infine, ad incrementare il malumore dei
palestinesi, è arrivata venerdì la notizia della prossima inaugurazione
di una nuova sinagoga all’interno del quartiere vecchio di Gerusalemme
est, dopo che per giorni è stato impedito agli arabi con meno di 55 anni
di recarsi nella spianata delle moschee per pregare. Violenti scontri
avevano fatto seguito a questa decisione e venerdì scorso non è stato da
meno. Le ingenti misure di sicurezza, rafforzate anche all’interno della
Città Santa, hanno tuttavia ridotto notevolmente la durata e l’intensità
del confronto fra i manifestanti arabi e la polizia israeliana.
Nel frattempo il governo di Tel Aviv ha annunciato il varo di un nuovo
decreto che impone la presenza di un delegato del premier ogni qualvolta
si decida l’ampliamento di siti già esistenti o la costruzione di nuovi
in Cisgiordania o a Gerusalemme est. Un tentativo misero e squallido di
mostrare la buona volontà del primo ministro, il quale dopo essersi
scusato con il vice presidente americano per l’intempestivo annuncio
dell’edificazione di altre abitazioni nella parte araba della Città
Santa, si era giustificato affermando di non esserne stato messo a
conoscenza. Un provvedimento volto a salvare la faccia di fronte a tutta
la comunità internazionale ad eccezione degli Stati Uniti, che avevano
liquidato l’accaduto già dopo pochi minuti. In tutto questo il
presidente dell’Autorità nazionale palestinese, che a questo punto
avrebbe già dovuto sbattere la porta in faccia a Washington e Tel Aviv,
ha chiesto all’amministrazione statunitense garanzie ufficiali volte a
bloccare le attività edilizie dell’entità sionista fino alla ripresa dei
negoziati indiretti e per tutta la loro durata.
È doveroso alla luce di tutto questo ripetere che sia Israele sia gli
Usa hanno più volte dimostrato di non curarsi minimante di qualunque
tipo di accordo, verbale o scritto, precedentemente preso se questo
impedisce loro di raggiungere i propri obiettivi nel più breve tempo
possibile. Difficile pensare a questo punto che Mahmud Abbas e i suoi
collaboratori siano semplicemente così stupidi e ottusi da non capire
che accettando di trattare con Tel Aviv hanno soltanto da perdere anche
quel poco di libertà che è rimasta alla popolazione palestinese. Esclusa
questa possibilità, resta soltanto da prendere atto che il presidente
dell’Anp, come molti altri leader arabi, siede volontariamente ai piedi
del trono di Washington.
Fonte:
http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=1041 |