|
Un massacro di arabi
nascosto da uno stato di amnesia nazionale
di Catrina Stewart
The Independent, 10 maggio 2010

Gerusalemme – Più di un inconsapevole visitatore a Gerusalemme è caduto
preda della bizzarra illusione di essere il Messia (la cosiddetta
“sindrome di Gerusalemme”, ndt). Solitamente vengono portati nei
tranquilli dintorni dell’ospedale psichiatrico Kfar Shaul, situato nella
periferia della città, dove sono amorevolmente assistiti.
Ironia della sorte, i pazienti del Kfar Shaul si rimettono da vari tipi
di amnesia relativa proprio a quegli eventi che Israele ha cercato
cancellare dalla memoria collettiva.
Il luogo è Deir Yassin. Villaggio arabo raso al suolo nel 1948 dalle
forze israeliane alcune settimane prima della creazione di Israele, Deir
Yassin è diventato il simbolo dell’espropriazione palestinese, forse più
di qualunque altro luogo.
Sessantadue anni dopo, quello che è realmente accaduto a Deir Yassin
quel 9 aprile resta nascosto da bugie, esagerazioni e contraddizioni.
Ora Ha'aretz, quotidiano liberal israeliano, sta
cercando di fare luce su questo mistero, presentando un’istanza all’Alta
Corte di giustizia israeliana affinché siano rese pubbliche le prove
scritte e fotografiche sepolte negli archivi militari. I sopravvissuti
palestinesi di Deir Yassin, un villaggio di circa quattrocento abitanti,
dichiarano che gli ebrei vi perpetrarono un vero e proprio massacro,
spingendo i palestinesi a fuggire a migliaia, minando così il racconto
israeliano, a lungo sostenuto, in base al quale i palestinesi avrebbero
lasciato la zona di loro iniziativa.
La versione contrastante di Israele sostiene che Deir Yassin è stato
teatro di una battaglia all’ultimo sangue dopo che le forze ebraiche si
sono inaspettatamente trovate a dover affrontare la resistenza strenua
degli abitanti del villaggio. Tutte le vittime, si dice, sono morte in
battaglia.
Nel 2006 una studentessa israeliana di lettere, Neta Shoshani, fece
richiesta per avere accesso agli archivi di Deir Yassin per un progetto
universitario, credendo che l’embargo di cinquanta anni sui documenti
segreti fosse finito otto anni prima. Alla ragazza venne concesso un
accesso limitato al materiale, ma fu informata del fatto che il divieto
ai documenti più riservati era stato prorogato. Quando un avvocato
chiese spiegazioni in merito, risultò che una commissione ministeriale
aveva prolungato il divieto solo un anno dopo la richiesta iniziale di
Shoshani, esponendo lo stato a una contestazione legale. L’attuale
embargo dura fino al 2012.
Difendendo il proprio diritto a mantenere la segretezza dei documenti,
lo Stato israeliano sostiene che la loro pubblicazione influenzerebbe
negativamente l’immagine del Paese all’estero e innescherebbe tensioni
tra arabi e israeliani. Il quotidiano Ha'aretz e Neta Shoshani
hanno replicato che l’opinione pubblica ha il diritto di sapere e di
affrontare il passato.
I giudici, che hanno visionato tutte le prove archiviate su Deir Yassin
di cui è in possesso lo Stato di Israele, devono ancora decidere cosa
rendere pubblico, sempre che scelgano di farlo. Tra i documenti che si
ritiene siano nelle mani dello Stato, c’è il rapporto incriminante
redatto da Meir Pa'il, un funzionario israeliano che ha condannato i
suoi connazionali di essere assetati di sangue e di aver tenuto una
condotta deplorevole quel giorno. E ugualmente incriminanti sono le
molte fotografie che sopravvivono ancora oggi.
"Le fotografie mostrano chiaramente che è stato compiuto un massacro”,
afferma Daniel McGowan, professore americano in pensione che lavora con
la Deir Yassin Remembered (organizzazione che si batte per
avere giustizia per le vittime del massacro di Deir Yassin, ndt).
“Quelle foto mostrano gli abitanti del villaggio allineati contro il
muro di una cava che vengono uccisi”.
Nel 1947 le Nazioni Unite proposero un piano di partizione che avrebbe
diviso i territori palestinesi in uno Stato ebraico e uno Stato arabo,
con Gerusalemme sotto il controllo internazionale. Gli arabi si opposero
ferocemente al piano e ci furono diversi scontri mentre entrambe le
parti si spartivano il territorio prima della fine del mandato
britannico. Nell’aprile 1948 l’Haganah, predecessore
dell’esercito israeliano, lanciò un’operazione militare per assicurare
il passaggio tra le zone ebraiche conquistando i villaggi arabi situati
sulle alture che davano sulla strada per Gerusalemme.
L’Irgun e la Banda Stern, gruppi paramilitari
secessionisti, prepararono piani separati per conquistare Deir Yassin,
situato in postazione strategica, con una incursione lanciata prima
dell’alba del 9 aprile 1948, nonostante gli abitanti del villaggio
avessero firmato un patto di non aggressione con gli israeliani al quale
si erano attenuti. Nel suo libro, La Rivolta, Menachim Begin,
futuro primo ministro israeliano, racconta come le forze israeliane
utilizzarono un altoparlante per spingere tutti gli abitanti a lasciare
il villaggio. Quelli che restarono iniziarono a combattere.
"I nostri uomini furono costretti a combattere in ogni abitazione; per
sconfiggere il nemico utilizzarono moltissime bombe a mano”, scrisse
Begin, il quale non era presente al momento della battaglia. “E i civili
che non rispettarono le nostre indicazioni subirono inevitabili perdite.
Sono certo del fatto che i nostri ufficiali e i nostri uomini volevano
evitare ogni singola vittima non necessaria”.
Tuttavia, il racconto di Begin è contestato dai ricordi dei
sopravvissuti e dei testimoni. Abdul-Kader Zidain aveva 22 anni nel 1948
e si unì immediatamente a un gruppo di 30 combattenti del villaggio per
respingere l’offensiva ebraica, sebbene fossero in netta minoranza.
"Entravano nelle case e aprivano il fuoco uccidendo le persone che vi
erano all’interno. Aprivano il fuoco su chiunque vedessero, donne e
bambini”, afferma Zidain, che ha perso quattro dei suoi parenti stretti,
compresi suo padre e due fratelli, nell’attacco. Oggi il fragile 84enne,
che vive in un villaggio della Cisgiordania, dice di ricordare tutto
come se fosse ieri. I testimoni sopravvissuti sono sostenuti da Pa’il,
il cui racconto dettagliato di testimone è stato pubblicato nel 1998. In
attesa di essere riassegnato, andò a vedere l’attacco in quanto parte
del suo compito era quello di tenere a bada Irgun e la
Banda Stern.
Dopo che la battaglia cessò, Pa’il dice di aver sentito degli spari
sporadici venire dalle case ed è andato a indagare. Lì ha visto che i
soldati avevano spinto gli abitanti del villaggio agli angoli delle
loro abitazioni e poi avevano aperto il fuoco su di loro uccidendoli.
Poco dopo vide un gruppo di circa 25 prigionieri che venivano portati in
una cava tra Deir Yassin e il vicino villaggio di Givat Shaul. Da un
punto strategico posto in alto in cui si trovavano lui e un suo
compagno, riuscirono a vedere quello che accadeva e a fare delle
fotografie. “C’era una parete naturale lì, formata dal terreno rimosso.
Spinsero i prigionieri contro il muro e spararono a tutti”, afferma.
Infine Pa’il racconta come gli ebrei del vicino campo di Givat Shaul
intervennero per porre fine al massacro.
Nel misto di confusione e rabbia che seguirono all’eccidio di Deir
Yassin, entrambe le parti gonfiarono il numero delle vittime palestinesi
per ragioni molto diverse: i palestinesi volevano sostenere la
resistenza e attirare l’attenzione dei paesi arabi sperando che questi
potessero aiutarli; gli ebrei volevano spaventare i palestinesi e
spingerli a scappare.
Dopo che le acque si calmarono, Zidain e gli altri sopravvissuti fecero
il conto di quanti mancassero all’appello e giunsero alla conclusione
che 105 palestinesi erano morti a Deir Yassin, e non 250 come spesso
riportato. Anche quattro ebrei avevano perso la vita. Ma il danno ormai
era fatto. Le notizie che arrivavano da Deir Yassin portarono a un
crollo completo della morale e molti storici ritengono che questo
singolo evento sia stato il catalizzatore della fuga dei palestinesi.
Secondo le stime dell’Onu, 750mila palestinesi hanno abbandonato le loro
abitazioni dalla guerra di indipendenza del 1948, circa il 60 per cento
della popolazione araba della Palestina prima della guerra.
In questi giorni menzionare Deir Yassin alla maggior parte dei giovani
israeliani equivale a parlare del nulla. Non lontano dall’ospedale di
Kfar Shaul due ragazzi scuotono la testa in segno di diniego a una
domanda su Deir Yassin. Dicono di non averne mai sentito parlare.
"La maggior parte degli israeliani tacciono sull’argomento”, afferma il
Professor McGowan. “Non negano più l’accaduto, semplicemente non ne
parlano”.
Saranno i tribunali israeliani a decidere se rompere o meno il silenzio.
“Questo è stato un evento cruciale nella nostra storia qui. È stato il
primo villaggio che abbiamo conquistato e ha un significato importante
per la guerra che ne è seguita”, afferma Shoshani. “Dobbiamo fare i
conti con il nostro passato per il nostro bene. È nel nostro interesse”.
(Traduzione di Arianna Palleschi per Osservatorio Iraq)
L’articolo in lingua originale
Fonte:
http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=9278
|