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Obama
sulle orme di Bush
Ancora un articolo sulla crisi
iraniana, dopo il punto di svolta rappresentato dall'approvazione
delle sanzioni da parte del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Oggi è
la volta di Noam Chomsky.
Intanto, nelle ultime ore, dobbiamo segnalare due dichiarazioni
piuttosto significative. La prima è del presidente russo Medvedev,
che confermando che il voto al Palazzo di Vetro non è stato certo
un episodio, si è accodato alla propaganda americana con la seguente
affermazione: «L’Iran si sta avvicinando a possedere il potenziale,
che di principio, potrebbe essere usato per creare armi nucleari».
La seconda viene dall'ex premier della Malaysia, Mahatir Mohammad:
«Il mondo è invitato a credere ancora una volta la bugia che
l’esistenza di Israele è minacciata da un Iran armato di nucleare».
Ed ancora: «la domanda ormai non è più se ci sarà o meno un attacco
degli Usa all’Iran ma piuttosto quando e come ci sarà».
La minaccia iraniana, o la minaccia americana?
di Noam Chomsky
La grave minaccia dell’Iran è largamente riconosciuta come la
crisi di politica estera più seria cui deve far fronte
l’amministrazione Obama. Il Congresso ha appena rafforzato le
sanzioni contro l’Iran, con penali ancor più severe contro le
società estere. L’amministrazione Obama ha rapidamente ampliato la
propria capacità offensiva nell’isola africana di Diego Garcia,
territorio d’oltremare della Gran Bretagna, che aveva espulso la
popolazione così che gli Stati Uniti potessero costruire l’imponente
base che usa per attaccare il Medio Oriente e l’Asia Centrale. La
marina ha riferito di aver inviato nell’isola una nave appoggio per
servire i sottomarini nucleari con missili Tomahawk, che possono
trasportare testate nucleari. Ciascun sottomarino avrebbe la
capacità offensiva di un tipico gruppo da battaglia di una
portaerei. Secondo un manifesto del cargo della marina USA ottenuto
dal Sunday Herald (Glasgow), il notevole quantitativo di armamenti
inviati da Obama comprende 387 “bunker busters” [lett. “distruttori
di bunker”, ordigni nucleari a penetrazione profonda] usati per far
saltare in aria le strutture sotterranee più resistenti.
La programmazione di queste superbombe o “massive ordnance
penetrators”, gli ordigni più potenti dell’arsenale dopo le armi
nucleari, è iniziata durante l’amministrazione di Bush, ma si è
affievolita. Quando Obama è entrato in carica ha immediatamente
accelerato i programmi, e saranno impiegati svariati anni prima di
quanto previsto, mirando specificamente all’Iran.
“Si stanno preparando totalmente per la distruzione dell’Iran,”
secondo Dan Plesch, direttore del Centre for International Studies
and Diplomacy della University of London. “i bombardieri USA e i
missili a lungo raggio sono pronti oggi a distruggere 10.000
bersagli in Iran in alcune ore,” ha detto. “La potenza di fuoco
delle forze statunitensi è quadruplicata dal 2003,” accelerando
sotto Obama.
La stampa araba riporta che una flotta americana (con una nave
israeliana) ha attraversato il Canale di Suez in direzione del Golfo
Persico, dove il suo compito è di “implementare le sanzioni contro
l’Iran e di controllare le navi in transito dall’Iran e per l’Iran”.
I media britannici e israeliani riportano che l’Arabia Saudita
starebbe fornendo un corridoio per il bombardamento dell’Iran da
parte di Israele (cosa negata dall’Arabia Saudita). Al suo ritorno
dall’Afghanistan per rassicurare gli alleati della NATO che gli USA
manterranno il corso dopo la sostituzione del generale McChrystal
dal suo superiore, il generale Petraeus, il presidente dei “Joint
Chiefs of Staff” o Stati Maggiori Riuniti, ammiraglio Michael Mullen
è andato in Israele per incontrare il capo di stato maggiore della
difesa israeliana Gabi Ashkenazi, ed influenti militari israeliani,
insieme alle unità di intelligence e programmazione, continuando lo
strategico dialogo annuale tra Israele e gli USA a Tel Aviv.
L’incontro verteva “sulla preparazione sia di Israele che degli USA
per la possibilità di un Iran con capacità nucleare,” secondo
Haaretz, che riporta inoltre che Mullen avrebbe enfatizzato che
“[io] cerco sempre di vedere le sfide dal punto di vista
israeliano”. Mullen e Ashkenazi si tengono in regolare contatto su
una linea sicura.
Le crescenti minacce di un’azione militare contro l’Iran violano
certamente la Carta delle Nazioni Unite, e in modo specifico la
risoluzione 1887 del settembre 2009 del Consiglio di Sicurezza, che
ha riaffermato l’invito a tutti gli stati a risolvere pacificamente
le dispute in merito a questioni sul nucleare, secondo lo Statuto,
che proibisce l’uso, o la minaccia della forza.
Alcuni rispettati analisti descrivono la minaccia iraniana in
termini apocalittici. Amitai Etzioni avverte che “gli USA dovranno
confrontarsi con l’Iran o rinunciare al Medio Oriente”, niente di
meno. Se il programma nucleare dell’Iran procederà, afferma, la
Turchia, l’Arabia Saudita ed altri stati si “muoveranno verso” il
nuovo “superpotere” iraniano; con una retorica meno accesa, si
potrebbe creare un’alleanza regionale indipendente dagli USA. Nel
periodico dell’esercito americano Military Review, Etzioni promuove
un attacco degli USA che prenda come bersaglio non solo gli impianti
nucleari dell’Iran, ma anche i suoi complessi militari non nucleari,
infrastruttura compresa – ossia, la società civile. “Questo tipo di
azione militare è assimilabile alle sanzioni – nel provocare
‘dolore’ al fine di cambiare il comportamento, seppure con mezzi ben
più potenti”.
Messe da parte queste sconvolgenti dichiarazioni, qual è per
l’esattezza la minaccia iraniana? Un’autorevole risposta si trova
nello studio dell’aprile 2010 dell’International Institute of
Strategic Studies, Military Balance 2010. Il brutale regime
clericale è senza dubbio una minaccia per la sua stessa gente, ma in
questo senso non lo è più di quello di altri alleati dell’America
nella regione. Ma non è questo che preoccupa l’Institute. Che
piuttosto si preoccupa per la minaccia che l’Iran costituisce per la
regione e per il mondo.
Lo studio mette in chiaro che la minaccia iraniana non è
militare. La spesa militare dell’Iran è “relativamente bassa in
confronto al resto della regione,” e meno del 2% di quella degli
USA. La dottrina militare iraniana è strettamente “difensiva, …
intesa a rallentare un’invasione e ad imporre una soluzione
diplomatica alle ostilità”. L’Iran ha solo “una capacità limitata di
proiettare la forza oltre i suoi confini”. Con riferimento
all’opzione nucleare, “il programma nucleare dell’Iran e la sua
intenzione di tenere aperta la possibilità di sviluppare armi
nucleari sono una parte centrale della sua strategia di deterrenza”.
Sebbene la minaccia iraniana non sia militare, ciò non vuol dire
che possa essere tollerabile per Washington. La capacità di
deterrenza iraniana è un illegittimo esercizio di sovranità che
interferisce con i progetti globali dell’America. In modo specifico,
minaccia il controllo da parte degli USA delle risorse energetiche
del Medio Oriente, un’alta priorità dei programmatori sin dalla
seconda guerra mondiale, che dà “un notevole controllo del mondo”,
come ha affermato un’influente figura (A. A. Berle).
Ma la minaccia dell’Iran va oltre la deterrenza. Cerca anche di
ampliare la sua influenza. Come tale minaccia è stata formulata
dall’Institute stesso, l’Iran starebbe “destabilizzando” la regione.
L’invasione da parte degli USA e l’occupazione militare degli stati
vicini all’Iran è “stabilizzazione”. Gli sforzi dell’Iran di
ampliare la sua influenza nei paesi vicini è “destabilizzazione”,
quindi del tutto illegittima. Si deve notare che un tale uso
rivelatore è routine. Quindi il prominente analista di politica
estera James Chase, ex editore del principale periodico
dell’establishment Foreign Affairs, usava propriamente il termine
“stabilità” in senso tecnico, quando ha spiegato che per raggiungere
la “stabilità” in Cile era necessario “destabilizzare” il paese
(rovesciando il governo eletto di Allende ed istallando la dittatura
di Pinochet).
Oltre questi crimini, l’Iran sostiene anche il terrorismo,
continua lo studio: appoggiando Hezbollah ed Hamas, le maggiori
forze politiche in Libano e in Palestina – se le elezioni contano
qualcosa. La coalizione di Hezbollah ha facilmente vinto il voto
popolare nelle ultime elezioni (2009) in Libano. Hamas ha vinto le
elezioni del 2006 in Palestina, costringendo gli USA e Israele ad
istituire il duro e brutale assedio di Gaza per punire gli
scellerati per aver votato male in una libera elezione. Queste sono
state le sole relativamente libere elezioni nel mondo arabo. È
normale per l’opinione delle elite di temere la minaccia della
democrazia e di agire per ostacolarla, ma questo è un caso piuttosto
straordinario, particolarmente accanto al forte sostegno degli USA
per le dittature regionali, particolarmente straordinario per la
grande lode di Obama per il brutale dittatore egiziano Mubarak nel
suo famoso discorso al mondo musulmano al Cairo.
Gli atti terroristici attribuiti ad Hamas ed Hezbollah sono
niente in confronto al terrorismo americano e israeliano nella
stessa regione, ma vale la pena darvi comunque una scorsa.
Il 25 maggio in Libano si è festeggiato il giorno di festa
nazionale, il Giorno della Liberazione, che commemora la ritirata di
Israele dal sud del Libano dopo 22 anni, come risultato della
resistenza di Hezbollah – descritta dalle autorità israeliane come
“aggressione iraniana” contro Israele nel Libano sotto occupazione
di Israele (Ephraim Sneh). Anche questo è un normale uso
imperialistico. Perciò il presidente John F. Kennedy ha condannato
“l’assalto dall’interno, e che è manipolato dal nord”. L’assalto
della resistenza sudvietnamita contro i bombardieri di Kennedy, la
guerra chimica, la reclusione dei contadini in veri e propri campi
di concentramento, ed altre simili misure benevole, è stato
denunciato come un’ “aggressione interna” dall’ambasciatore delle
Nazioni Unite di Kennedy, l’eroe liberale Adlai Stevenson. Il
sostegno dei Nordvietnamiti per i propri compatrioti nel sud
occupato dagli USA è un’aggressione, un’intollerabile interferenza
con la legittima missione di Washington. Anche i consiglieri di
Kennedy, Arthur Schlesinger e Theodore Sorenson, considerati come
“colombe”, hanno lodato l’intervento di Washington per rovesciare
l’“aggressione” nel sud del Vietnam – da parte della resistenza
indigena, come sapevano, almeno se leggevano le relazioni
dell’intelligence americana. Nel 1955 gli Stati Maggiori Riuniti
americani hanno definito svariati tipi di “aggressione”, tra cui
“l’aggressione non armata, ossia la guerra politica, o la
sovversione”. Per esempio, una rivolta interna contro uno stato di
polizia imposto dagli USA, oppure elezioni che abbiano un risultato
sbagliato. Tale uso è comune anche tra gli studiosi e in ambito
politico, e ha senso solo partendo dal presupposto prevalente che
Noi Siamo i Padroni del Mondo.
Hamas oppone resistenza all’occupazione militare di Israele e
alle sue azioni illegali e violente nei territori occupati. È
accusato di rifiutarsi di riconoscere Israele (i partiti politici
non riconoscono gli stati). In contrasto, gli Stati Uniti ed Israele
non solo non riconoscono la Palestina, ma hanno agito per decenni in
modo tale da assicurare che non possa mai arrivare ad esistere in
alcuna forma significativa; il partito al governo in Israele, nella
sua piattaforma della campagna del 1999, vieta l’esistenza di
qualsiasi stato palestinese.
Hamas è accusato di aver attaccato con dei razzi gli insediamenti
israeliani al confine, senza dubbio azioni criminali, ma [che sono]
solo una minima parte della violenza perpetrata da Israele a Gaza,
per non parlare di altrove. È importante tenere a mente, a questo
proposito, che gli USA e Israele sanno esattamente come porre fine
al terrore che deplorano con tanto ardore. Israele concede
ufficialmente che non c’erano razzi di Hamas fintantoché Israele ha
parzialmente rispettato una tregua con Hamas nel 2008. Israele ha
rifiutato l’offerta di Hamas di rinnovare la tregua, preferendo
lanciare la sanguinosa e distruttiva Operation Cast Lead contro Gaza
del dicembre 2008, con il pieno appoggio degli USA, un’impresa di
aggressione omicida senza il benché minimo pretesto credibile, né
dal punto di vista legale, né da quello morale.
Il modello di democrazia nel mondo musulmano, nonostante le gravi
pecche, è la Turchia, che ha elezioni relativamente libere, e che è
stata anche oggetto di dure critiche negli USA. Il caso più estremo
è stato quando il governo ha seguito la posizione del 95% della
popolazione rifiutandosi di unirsi all’invasione dell’Irak,
suscitando dure condanne da Washington per non aver compreso come si
deve comportare un governo democratico: secondo il nostro concetto
di democrazia, è la voce del padrone che determina la politica, non
la quasi unanime voce della popolazione.
L’amministrazione Obama si è di nuovo infervorata quando la
Turchia si è unita al Brasile nella stipula di un patto con l’Iran
per limitare il suo arricchimento di uranio. Obama aveva lodato
l’iniziativa in una lettera al presidente del Brasile Lula da Silva,
apparentemente presupponendo che non avrebbe avuto successo e che
avrebbe fornito uno strumento di propaganda contro l’Iran.
Quando [il patto] è riuscito gli Stati Uniti si sono infuriati, e
l’hanno rapidamente minato spingendo una risoluzione del Consiglio
di Sicurezza con nuove sanzioni contro l’Iran, talmente senza senso
che la Cina si è subito unita volentieri – riconoscendo che le
sanzioni avrebbero al massimo intralciato gli interessi
dell’Occidente nella competizione con la Cina per le risorse
dell’Iran. Ancora una volta Washington ha agito con prontezza per
assicurarsi che gli altri non interferissero con il controllo degli
USA della regione.
Non sorprendentemente, la Turchia (accanto al Brasile) ha votato
contro la mozione delle sanzioni USA nel Consiglio di Sicurezza.
L’altro membro regionale, il Libano, si è astenuto. Queste azioni
hanno suscitato ulteriore costernazione a Washington. Philip Gordon,
il primo diplomatico per gli affari europei dell’amministrazione
Obama, ha avvertito la Turchia che negli Stati Uniti le sue azioni
non sono capite e che deve “dimostrare il suo impegno per
l’appartenenza all’Occidente” ha riportato l’agenzia di informazione
AP, “un raro ammonimento ad un cruciale alleato della NATO”.
Anche la classe politica capisce. Steven A. Cook, uno studioso
del Council on Foreign Relations, ha osservato che la questione
critica, adesso, è “come teniamo i Turchi nella loro corsia?” –
seguendo gli ordini come i buoni democratici. Un titolo di testa del
New York Times ha catturato l’essenza dell’umore generale: “Patto
con l’Iran visto come un’onta nell’eredità del leader brasiliano”.
In poche parole, fai quello che diciamo.
Non c’è indicazione che altri paesi nella regione siano in favore
delle sanzioni americane più di quanto non lo sia la Turchia. Al
confine opposto dell’Iran, ad esempio, il Pakistan e l’Iran,
incontratisi in Turchia, hanno recentemente firmato un accordo per
un nuovo oleodotto.
Ancor più preoccupante per gli USA è che l’oleodotto potrebbe essere
esteso all’India. Il trattato del 2008 degli Stati Uniti con l’India
che appoggiava i suoi programmi nucleari – e indirettamente i suoi
programmi di armi nucleari – era mirato a fermare l’unione
dell’India all’oleodotto, secondo Moeed Yusuf, un consigliere
dell’Asia meridionale per il United States Institute of Peace, che
ha espresso una comune interpretazione. L’India e il Pakistan sono
due dei tre poteri nucleari che si sono rifiutati di firmare il
trattato di non proliferazione (NPT), il terzo è Israele. Tutti
hanno sviluppato armi nucleari con il sostegno degli USA, e
continuano a farlo.
Nessun individuo in retti sensi vuole che l’Iran sviluppi armi
nucleari; né alcun altro [paese]. Un ovvio modo di mitigare o
eliminare questa minaccia è di stabilire una zona libera da armi
nucleari (NWFZ) in Medio Oriente. La questione è stata sollevata (di
nuovo) in occasione della conferenza dell’NPT presso la sede delle
Nazioni Unite all’inizio di maggio 2010. L’Egitto, come presidente
delle 118 nazioni del Movimento dei Non-Allineati, ha proposto che
la conferenza appoggiasse un programma che invitasse all’inizio
delle negoziazioni nel 2011 per una zona libera da armi nucleari in
Medio Oriente, come era stato concordato dall’Occidente, Stati Uniti
compresi, alla conferenza di revisione sul Trattato di Non
Proliferazione del 1995.
Washington è ancora formalmente d’accordo, ma insiste che Israele
sia esentato – e non ha dato alcun cenno di permettere che tali
misure siano applicate a se stesso [Washington]. I tempi non sono
ancora maturi per la creazione della zona, ha affermato il
segretario di stato Hillary Clinton alla conferenza del NPT, mentre
Washington ha insistito che non può essere accettata alcuna proposta
che preveda che il programma nucleare israeliano venga posto sotto
il patrocinio dell’IAEA [International Atomic Energy Agency], o che
richieda ai firmatari del NPT, specificamente a Washington, di
rivelare informazioni sugli “impianti e sulle attività nucleari di
Israele, comprese le informazioni pertinenti ai precedenti
trasferimenti nucleari a Israele”. La tecnica di evasione di Obama è
di adottare la posizione di Israele, ossia che qualunque proposta
del genere deve essere a condizione di un completo accordo di pace,
che gli USA possono ritardare indefinitamente, come ha fatto per 35
anni, con rare e temporanee eccezioni.
Al tempo stesso, Yukiya Amano, capo dell’International Atomic
Energy Agency, l’ente internazionale per l’energia atomica, ha
chiesto ai ministri degli affari esteri dei suoi 151 stati membri di
esprimere le proprie vedute su come attuare una risoluzione che
preveda che Israele “acceda” all’NPT e che apra le sue strutture
nucleari alla supervisione dell’IAEA, ha riportato l’agenzia di
informazione AP.
Viene raramente notato che gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno
una responsabilità speciale per lavorare alla creazione di una NWFZ
in Medio Oriente. Nel cercare di fornire una debole copertura legale
per la loro invasione dell’Irak nel 2003, hanno fatto appello alla
risoluzione 687 (del 1991) del Consiglio di Sicurezza, che invitava
l’Irak ad interrompere il suo sviluppo di armi di distruzione di
massa. Gli USA e il Regno Unito hanno sostenuto di non averlo fatto.
Non c’è bisogno di soffermarsi sulla scusa, ma tale risoluzione
vincola i suoi firmatari ad agire per stabilire una zona libera da
armi nucleari in Medio Oriente.
Pareteticamente, potremmo aggiungere che l’insistenza degli Stati
Uniti di mantenere gli impianti nucleari a Diego Garcia minaccia la
zona (NWFZ) creata dall’Unione Africana, proprio come Washington
continua a bloccare una zona NWFZ nel Pacifico escludendo i suoi
territori del Pacifico.
L’impegno retorico di Obama per la non proliferazione ha ricevuto
molta lode, persino un premio Nobel per la pace. Una mossa pratica
in questa direzione è la creazione di zone libere da armi nucleari.
Un’altra è il ritiro del sostegno per i programmi nucleari dei tre
non firmatari del trattato di non proliferazione. Come spesso
succede, la retorica e le azioni sono a stento allineate, in effetti
in questo caso sono in diretto contrasto, fatti che richiamano poca
attenzione.
Anziché intraprendere azioni pratiche per ridurre la davvero
terribile minaccia della proliferazione delle armi atomiche, gli USA
devono fare degli importanti passi per rafforzare il controllo
dell’America sulle vitali regioni mediorientali che producono
petrolio, anche con la violenza, se non ci riescono altrimenti.
Tutto ciò è comprensibile e persino ragionevole, secondo la
prevalente dottrina imperialista.
Fonte:
www.zcommunications.org 28.06.2010
Traduzione per
www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MAR
Altra Fonte:
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=33590
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