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OSCE CONFERENZA INTERNAZIONALE
ONG
Discorso del 16 Maggio 2006 al Palazzo d’Egmont - Bruxelles
LA
DISINFORMAZIONE in EX JUGOSLAVIA E IN KOSOVO
di Jean Toschi
Marazzani Visconti
(COORDINAMENTO NAZIONALE PER LA
JUGOSLAVIA)

mappa delle etnie nel 1994
Il linguista statunitense
Noam Chomsky, nel saggio “Les illusioni necessarie”, scrive che,
nei regimi democratici, le illusioni necessarie non possono essere
imposte con la forza. Devono essere istillate nella testa della gente
con mezzi raffinati…
E per creare “le illusioni
necessarie” è necessario creare degli scenari credibili. Impiegare una
comunicazione aggressiva e avere l’aiuto dei media: in due parole
inventare la storia, propagare una disinformazione più credibile della
realtà. La disinformazione si sviluppa attraverso la menzogna o
l’omissione. In effetti è un nuovo modo di fare la guerra: è la guerra
mediatica.
Nell’ ex Jugoslavia i Serbi
sono caduti nella trappola della guerra mediatica, che è riuscita a far
loro perdere ogni credibilità e li ha totalmente isolati sul piano
internazionale. Non si può parlare della disinformazione in Kosovo senza
ricordare quanto è successo in ex Jugoslavia prima, di cui il dossier
Kosovo ne è una conseguenza.
L’eccellente lavoro di
agenzie di comunicazione come Ruder&Finn Global Public Affaire,
Hill&Knowlton, Saachi&Saachi, McCann&Erickson et Walter Thompson
(queste ultime collaborano spesso con la CIA) è riuscito a creare
l’immagine di vittime da un lato e di carnefici dall’altro, sia in Iraq
che nell’ex Jugoslavia, e a minimizzare l’orrore della guerra con la
formulazione di slogan come “guerra umanitaria”, “azione di
polizia internazionale”, “danni collaterali”. L’agenzia di
comunicazione impiega una tecnica operativa, spesso mortale, tendente a
piazzare il governo cliente in posizione vantaggiosa agli occhi del
mondo. Gli schemi sono ripetitivi. Una campagna di martellamento
diffamatorio viene lanciata nella stampa, dove una serie di rivelazioni
ignobili sul comportamento della parte avversa crea un pregiudizio
negativo che si ancorerà profondamente nell’inconscio collettivo. Un
esempio: l’immagine del musulmano scheletrico dietro il filo spinato è
rimasto istituzionale per rappresentare i nuovi nazisti. In realtà si
trattava di un campo di rifugiati a Tiernopolje nella Bosnia serba, dove
la gente era libera dei suoi movimenti. Infatti, l'équipe della
televisione britannica ITN, che ha fatto lo scoop, si
trovava dietro il filo spinato e aveva piazzato gli uomini intorno al
luogo cintato dove stava per proteggere il suo materiale dai furti.
(De Groene Amsterdaamer 1996)
James Harff, all’epoca
direttore della Ruder Finn Global Public Affairs, in un'intervista con
il giornalista francese Jacques Merlino, riportata nel suo libro(Les
vérités yougoslaves ne sont pas toutes bonnes à dire), parlando dei
clienti nella ex Jugoslavia, della strategia e dei successi raggiunti,
diceva: "Fra il 2 e il 5 agosto 1992, il New York Newsday é uscito
con la notizia dei campi. Abbiamo afferrato la cosa al volo e
immediatamente abbiamo messo in contatto tre grandi organizzazioni
ebraiche: B'nai B'rith Anti-Defamation League, American Committee e
American Jewish Congress (...) l'entrata in gioco delle organizzazioni
ebraiche a fianco dei bosniaci fu uno straordinario colpo di poker. Allo
stesso tempo abbiamo potuto nell'opinione pubblica far coincidere serbi
con nazi (...) Il nostro lavoro non é di verificare l'informazione (...)
Il nostro mestiere é di disseminare le informazioni, farle circolare il
più velocemente possibile per ottenere che le tesi favorevoli alla
nostra causa siano le prime ad uscire (...) Quando un' informazione é
buona per noi, dobbiamo ancorarla subito nell'opinione pubblica. Perché
sappiamo molto bene che é la prima notizia che conta. Le smentite non
hanno alcuna efficacia (...) Siamo dei professionisti. Abbiamo un lavoro
da fare e lo facciamo. Non siamo pagati per fare della morale. E anche
quando questa fosse messa in discussione, avremmo la coscienza
tranquilla. Poiché, se lei intende provare che i serbi sono delle povere
vittime, vada avanti, si troverà solo (...)".
I servizi dell’agenzia
Ruder &Finn Global Public Affairs sono stati assunti all’inizio del
conflitto jugoslavo dalla Croazia, dai Musulmani della Bosnia Erzegovina
e dall’opposizione del Kosovo. Nel frattempo i Croati, i Musulmani di
Bosnia e l’opposizione del Kosovo godevano dell’appoggio di forti lobby
degli USA, in particolare del senatore Robert Dole del Partito
Repubblicano americano, e dell’aiuto della Germania. Bisogna anche
aggiungere che i Musulmani bosniaci erano fortemente aiutati dall’Iran e
dai Paesi arabi.
Nell’agosto 1991,
la Repubblica di
Croazia assume l’agenzia Ruder &Finn Global Public Affairs che
difenderà l’immagine della Croazia nella crisi dei Balcani. Il suo
contratto scadrà nel giugno 1992. Durante quel periodo il governo della
Croazia approvò la nuova Costituzione, secondo la quale più di 600.000
Serbi e altre etnie si ritrovarono stranieri in patria. I Serbi furono
obbligati ad abbandonare le loro case (40.000 nel 1992) o forzati a
staccarsi dalla Croazia e a dichiarare l’indipendenza delle Kraijna a
maggioranza serba. I media non hanno mai menzionato questo avvenimento.
Hanno anche passato sotto silenzio il massacro della Sacca di Medak e di
altri villaggi nel settembre 1993, la pulizia etnica e i massacri della
Kraijna occidentale, il 1 maggio 1995, durante l’Operazione Flash e
quelli della Kninska Kraijna, il 4 agosto 1995 durante l’operazione
Storm, che ha provocato la partenza di circa 250.000 Serbi che non hanno
mai più potuto far ritorno in Kraijna. Tutto questo avveniva con l’aiuto
dell’Agenzia di mercenari US « Military Professional Resources » e
l’occhiolino del Dipartimento di Stato Americano. Alcun media ha nemmeno
menzionato o visitato i terribili campi croati di prigionia di Lora
vicino a Spalato, di Tarcin o di Caplina fra gli altri.
Nel maggio 1992,
la Repubblica musulmana di Bosnia impiega i servizi dell’agenzia
Ruder&Finn Global Public Affairs che curerà la sua immagine
internazionale e i contatti con i media. Il contratto terminerà nel
dicembre 1992. A proposito di questo periodo si legge in “Offensive
in the Balkans” di Yossef Bodansky a pagina 54: “Fin dall’estate
1992, c’erano state delle marcate provocazioni messe in atto dalle forze
musulmane per sollecitare un maggiore intervento militare occidentale
contro i serbi e, in misura minore contro i croati. Inizialmente queste
provocazioni erano costituite principalmente da attacchi senza senso
alla stessa popolazione musulmana, ma ben presto inclusero attacchi ad
obiettivi occidentali e delle Nazioni Unite.(…) Investigazioni da parte
delle Nazioni Unite e di altri esperti militari includevano fra queste
azioni auto-inflitte la bomba della fila del pane (27 maggio 1992), la
sparatoria alla visita di Douglas Hurd (17 luglio 1992), il tiro dei
cecchini nel cimitero (4 agosto 1992), l’uccisione del presentatore e
produttore televisivo americano della ABC, David Kaplan ( 13 agosto
1992) e l’abbattimento di un velivolo da trasporto dell’Aviazione
Italiana G.222 in avvicinamento a Sarajevo (3 settembre 1992). In tutti
questi casi le forze serbe erano fuori portata, e le armi usate contro
le vittime non erano quelle lamentate dalle autorità musulmano-bosniache
e dai ripetitivi media occidentali.”
Il governo di Sarajevo
molto abilmente ottenne l’intervento definitivo degli USA e della NATO
nell’agosto 1995, ma prima si è dovuto vedere sugli schermi le due
granate sul mercato di Markale, il 6 febbraio 1994 (68 morti e 200
feriti), e il 28 agosto 1995 (37 morti e 86 feriti).
Sull’esplosione si
esprimerà François Mitterand nel libro « L’année des adieux » a
pagina 175 : « E’ vero che ciò che cercano fin dall’inizio è
l’internazionalizzazione, così necessaria, con delle provocazioni (…)
Qualche giorno fa M. Boutros Ghali m’ha detto di essere sicuro
che la granata caduta sul mercato di Sarajevo era una provocazione
bosniaca».
Lord David Owen confermava
la storia della granata bosniaca di Markale a pagina 260/261 del suo
libro « Balkan Odyssey ».
Si racconta che il
presidente Clinton, sotto pressione dei media e del senatore Dole avesse
promesso ad Aljia Izetbegovic di fare intervenire la NATO se si fossero
verificati più di 5000 morti. L’11 luglio 1995, Srebrenica fu la
risposta. La tempesta mediatica fu terribile. Il fatto che la “zona
protetta” – secondo il Consiglio dei Sicurezza dell’ONU disarmata –
da dove la 28° divisione musulmana e il suo capo Naser Oric attaccava i
villaggi serbi, uccideva, saccheggiava e rientrava nella città, non
interessava la stampa. Nessuno s’informò sull’enorme numero di morti
civili serbi nei villaggi intorno a Srebrenica e nella cittadina di
Bratunac. Oltre 1500 morti serbi uccisi fra il 1992 e il 1995 sono
passati sotto silenzio. I Serbi hanno sempre respinto l’accusa di aver
giustiziato fra i 7000 e gli 8000 soldati musulmani, ricordando di aver
mandato al sicuro in territorio musulmano le donne, i bambini e i
vecchi, ma anche i soldati che avevano accettato di consegnare le armi.
Nessun media ha investigato sulle ragioni della caduta della città
protetta da 15.000 soldati musulmani attaccati da una forza molto
inferiore e sul fatto che il comando in capo di Sarajevo avesse
richiamato il comandante Naser Oric e 20 dei suoi migliori ufficiali
lasciando la divisione senza guida. Alcun giornalista nemmeno investigò
sullo svolgimento dei combattimenti e di queste morti. Bernard Kouchner
racconta nel suo libro
« Les guerriers de la
Paix », che
durante la sua visita al capezzale di Alija Izetbegovic morente, l’abile
statista aveva ammesso che le cifre erano state gonfiate espressamente.
In Ottobre 1992,
la Repubblica di Kosova, ovvero l’opposizione albanese del Kosovo, firma
un contratto con l’agenzia Ruder&Finn Global Public Affairs per
curare la propria immagine nella crisi balcanica e negli avvenimenti a
seguire.
Questa regione, così
controversa, si trova nel sud della Serbia e per secoli fu la terra dei
Serbi. Chiamata Kosova dagli albanesi, per i serbi essa é Kosmet,
contrazione di Kosovo “la piana dei merli”(kos) e Metohija “proprietà
della chiesa” (metoh). 1300 chiese e monasteri di rara bellezza
testimoniano il passaggio di religiosi e artisti provenienti da
Costantinopoli a partire dal IX secolo. L’invasione ottomana, la
presenza dell’Italia fascista e della Germania nazista hanno causato la
fuga dei serbi in favore della minoranza albanese che con il tempo è
diventata maggioranza.
Nel 1998
l’UCK era chiamata dalla stampa « terroristi », poi
« guerriglieri » infine « combattenti per la libertà di
Kosova », una regione che volevano strappare alla Serbia, secondo i
principi della Lega di Prizren, fondata nel 1978, che aveva formulato
per la prima volta il concetto di “Grande Albania” e che il 16
settembre 1943 rinasceva negli Stati Uniti.
Questa promozione dell’UCK
ha dato un’immagine più accettabile al pubblico internazionale. Dopo la
nuova definizione la milizia serba fu accusata di uccidere la gente nei
villaggi albanesi nella caccia all’UCK. I media non spiegarono che l’UCK
si nascondeva dietro ai civili albanesi che cercavano salvezza nei
boschi e non raccontarono che venivano rapiti più Albanesi che Serbi e
che questi Albanesi e questi Serbi venivano rapiti perché favorevoli al
dialogo e che non si sarebbero più rivisti vivi.
Quando nel 1998 Slobodan
Milosevic, presidente della nuova Jugoslavia accettò tutti i punti
imposti da Richard Halbrooke (Kosovo Verification Mission:
diminuzione delle forze serbe, controllo aereo della NATO, spiegamento
di forze della NATO in Macedonia per proteggere i verificatori
dell’OSCE), l’amministrazione Clinton aveva già la guerra nella sua
agenda, bisognava accelerare il processo: uno scenario ormai conosciuto
– dai falsi carnai con cadaveri di recupero di Timisoara, al
tempo della liquidazione di Ceausescu si era ripetuto ogni volta fosse
necessario sollevare l’indignazione pubblica – fu realizzato il
venerdì 15 gennaio 1999.
I verificatori dell’OSCE in
Kosovo avevano imposto alla milicija jugoslava di rendere loro conto di
ogni operazione di polizia contro l’UCK, ma improvvisamente il pubblico
internazionale si confrontò con l’orrore della fossa di Racak.
E’ interessante rileggere
un commento del Figaro di sabato 20 gennaio 1999 : “ La scena
dei cadaveri degli albanesi in abiti civili allineati in un fossato, che
avrebbe dovuto scioccare l’intero mondo, non fu scoperta che la mattina
seguente intorno alle 9 da giornalisti subito seguiti da osservatori
dell’OSCE. In quel momento, il villaggio era nuovamente nelle mani degli
armati dell’UCK, che condussero i visitatori stranieri, man mano che
arrivavano, verso il luogo del presunto massacro. Verso mezzogiorno,
William Walker in persona arrivò ed espresse la sua indignazione. Tutti
i testimoni albanesi diedero la stessa versione: a mezzogiorno i
poliziotti serbi erano entrati di forza nelle case e avevano separato le
donne dagli uomini, che condotti sulla cima della collina avevano ucciso
senza molte storie. Il fatto più inquietante è che le immagini filmate
dai giornalisti di APTV – che Le Figaro ha visionato ieri –
contraddicono radicalmente quella versione.”
Le autopsie confermarono
che le amputazioni erano state inferte dopo la morte e i patologi
finnici, bielorussi e jugoslavi giudicarono che le ferite mortali erano
state causate da pallottole tirate da lontano.
I verificatori dell’OSCE
non pubblicarono il loro rapporto e lasciarono esplodere il caso
mediatico, nessuna indagine da parte dei media.
Alla Conferenza di Pace al
Castello di Rambouillet, l’ambasciatore jugoslavo all’ONU Branko
Brankovic, che aveva partecipato a tutti gli incontri dichiarò: “In
17 giorni a Rambouillet non abbiamo mai visto la delegazione albanese
che avrebbe dovuto essere il nostro interlocutore e non abbiamo mai
visto il testo che è stato firmato solo da alcuni membri di quella
delegazione.(…) il Presidente della Serbia, Milan Milutinovic,
tenne una conferenza stampa alle nove di sera nella residenza jugoslava.
Erano presenti almeno un centinaio di giornalisti e una ventina di
telecamere delle reti mondiali. Il Presidente spiegò con chiarezza che
si trattava di un ultimatum e che le due delegazioni non si erano mai
incontrate per discutere l’accordo e quindi non potevamo accettare
niente che non fosse stato discusso con la delegazione albanese su
quella parte politica che riguardava l’autonomia del Kosovo Metohjia.
Nessun media ha riportato una sola frase della conferenza stampa. Non
possiamo dare l’indipendenza ad una parte del nostro paese che ha fatto
parte della storia della Serbia e della Jugoslavia per oltre mille anni.
(..) Gli americani hanno continuato a dire che erano favorevoli
all’autonomia, ma il testo che hanno proposto sull’autonomia de facto
significava indipendenza. Volevano la presenza di una forza militare con
il pretesto, in quel momento, di osservare e assicurare l’applicazione
dell’accordo politico sull’autonomia”. Ebbene i media hanno tenuto
la bocca ben chiusa.
24 marzo 1999,
inizio dei bombardamenti sulla Federazione delle Repubbliche Jugoslave.
La Serbia, il Kosovo e il Monténégro sono martellati senza tregua per 78
giorni. Dal 24 marzo all’ 8 giugno, trenta-quattromila attacchi aerei
sono eseguiti da mille aerei. Diecimila missili furono lanciati
contenenti 79.000 tonnellate d'esplosivo; 152 contenitori di «cluster
bombs» (bombe a frammentazione) vennero sganciati senza contare
le innumerevoli bombe alla grafite e all’ uranio impoverito. Nel corso
di cento missioni dei caccia US A- Thunderbolt, che utilizzavano
mitragliere capaci di tirare 3.900 colpi al minuto, uno su cinque di
questi proiettili conteneva 300 grammi di U.I., informazioni date dal
generale Wald il 7 maggio 1999, nel corso della guerra. Il Segretario
Generale della NATO, George Robertson, in una lettera del 7 febbraio
2000, confermava quanto sopra al Segretario Generale dell'ONU, Kofi
Annan. (Il Manifesto, 10-11 Marzo 2000. Balkans Infos, 3
avril 2000).
Da una mappa ottenuta
faticosamente dall’alto comando della NATO, sembra che la zona
sottoposta al tiro più nutrito di U.I. sia quella che da Kosovska
Mitrovica scende fino a Pec, Dakovica e Prizren. Sono le zone coperte
dai contingenti europei. I media: silenzio.
Quando i bombardamenti
incominciarono e i danni e le morti dei civili iniziarono ad
impressionare negativamente il pubblico internazionale, venne fuori la
storia dell’”Operazione ferro di cavallo”: piano strategico, in
realtà inesistente, che avrebbe avuto lo scopo di far scappare gli
shiptar dal Kosovo. In un’intervista apparsa sulla rivista geopolitica
liMes del giugno 2000, il generale Nebojsa Pavkovic, comandante della 3°
armata in Kosovo e in seguito capo di Stato Maggiore jugoslavo,
affermava: “
« La
NATO ha inventato l’epurazione etnica per giustificare l’aggressione.
Hanno persuaso i terroristi ad organizzare la fuoruscita. Alcuni
venivano scacciati a forza dalle loro case, li mandavano in Macedonia e
in Albania, poi li facevano rientrare di nascosto.”
L’affermazione del generale Pavkovic sarebbe stata confermata dai
rapporti dell’OSCE diffusi in ritardo.
Nel giugno 1999,
per terminare la guerra il Gruppo dei G 8 si accordò su un piano,
secondo il quale quanto era stato negato a Rambouillet veniva approvato:
solo il Kosovo passava sotto il protettorato della NATO, mentre la
Serbia restava una nazione sovrana. Erano state accettate tutte le
richieste serbe: 1) Non ci sarebbe stato un referendum alla fine dei tre
anni probatori che doveva consacrare l’indipendenza del Kosovo. Anzi
veniva confermata più volte la sua appartenenza alla RFY. 2) All’entrata
in Kosovo i contingenti NATO sarebbero stati soggetti all’autorità
dell'ONU, fino ad allora negata, e avrebbero agito sotto il suo mandato.
Questa era stata una reiterata richiesta della Jugoslavia a Rambouillet,
disposta a trattare con l’ONU e non con la NATO. 3) La NATO avrebbe
avuto la responsabilità di mantenere l’ordine in Kosovo senza la polizia
serba che avrebbe potuto essere accusata di ogni incidente. In ogni
caso, dopo un certo periodo, questa avrebbe avuto il controllo delle
frontiere e la protezione dei monasteri che non costituiscono un valore
solo per gli ortodossi, ma anche per tutta la cultura occidentale.Con
gli accordi di Kumanovo, giugno 199, era stato stabilito che dopo 5 anni
la regione sarebbe tornata sotto il controllo di Belgrado. Questo
trattato era diventato in seguito la soluzione 1244 del Consiglio di
Sicurezza. La soluzione non è mai stata applicata. Non una parola da
parte dei media.
Alla fine della guerra la
KFOR s’installò in Kosovo. Per giustificare i vasti e crudeli
regolamenti di conti dell’UCK, che la NATO non ha mai cercato di
frenare, e la pulizia etnica di tutte le nazionalità non albanesi., si
incomiciò a parlare di fosse comuni come in Bosnia. La prima stima del
numero delle vittime albanesi si aggirava sui 100.000 morti.
L’amministratore dell’ONU, Bernard Kouchner, aveva riportato la cifra ad
11.000 fra morti e dispersi dichiarando di basarsi sui rapporti del
tribunale dell’Aja, che smentì. I corpi ritrovati sarebbero piuttosto
nelle centinaia.Il capo dell’equipe di medici spagnoli, il dottor Juan
Lopez Palafox, dichiarava che per quanto i suoi uomini avessero potuto
constatare: «nell’ex Jugoslavia erano stati commessi crimini
orribili, ma conseguenti alla guerra» I responsabili hanno ammesso
che il risultato delle esumazioni non corrispondevano ai racconti
drammatici dei rifugiati, come erano stati riportati dai porta-parola
occidentali durante il conflitto.
(The Guardian, 18
agosto 2000). E i
media quasi in silenzio.
Harry Kissinger faceva
osservare (sulle pagine del Washington Post del 22 febbraio
1999 a proposito della Conferenza di
Rambouillet) : “ Un Kosovo indipendente tenderebbe ad incorporare le
minoranze albanesi vicine di Macedonia e forse l’Albania stessa… Il
Kosovo diventerebbe allora la premessa di un’iniziativa dell’ONU in
Macedonia, esattamente come lo spiegamento in Bosnia è stato invocato
per giustificare l’intervento in Kosovo?In breve, la NATO deve diventare
un’impresa votata a stabilire una serie intera di protettorati NATO nei
Balcani?».
Le osservazioni di
Kissinger dopo 7 anni sono ancora valide. Si prospetta anche la
possibilità che il vecchio piano della Lega di Prizren si applichi al
sud della Serbia, la valle di Presevo, e alla parte est del Montenegro
fino a sfiorare la capitale Podgorica.
Attualmente si sta
discutendo l’indipendenza del Kosovo a Vienna, ma la diversità culturale
del territorio non è più altro che un ricordo. Si deve notare che la
regione è ora quasi totalmente albanese poiché tutte le altre
nazionalità (Serbi, Rom, Ebrei, Graci, Goranzi, Turchi e altri), e anche
i Croati, che vivevano da 800 anni nei villaggi sulle montagne di
Skopska Gora fra il Kosovo e la Macedonia, sono stati cacciati.
Sembra che l’UNHCR si
prepari ad evacuare 40.000 Serbi fra coloro che vivono in enclavi sotto
la debole protezione della KFOR dalla fine della guerra.
Questa indipendenza
potrebbe anche destabilizzare la Bosnia che vive una libertà limitata
sotto il controllo dell’EUFOR, senza aver risolto dopo 11 anni il
problema delle tre etnie e con una presenza crescente di musulmani dei
paesi arabi nel paese. Sembra che siano oltre 50.000.
Un rapporto della KFOR-NATO
ha denunciato lo spaventoso aumento del crimine organizzato e di
traffici illegali in Kosovo. Hasim Thaqui – l’interlocutore che Madeline
Albright preferiva al presidente Rugosa a Rambouillet quando era il
comandante dell’UCK, oggi leader del Partito Democraticodel Kosovo – ha
accusato il Governo di Agim Ceku di essere formato da criminali. Da
notare che Ceku, ex generale dell’UCK, è colui che ha comndato i Croati
nel massacro della Sacca di Medak in Kraijna.
L’ex Primo ministro Ramush
Haradinaj, leader del partito di Ceku, AAK, é accusato dal TPIY dell’Aja
di crimini di guerra. Comunque l’INTERPOL ha ritirato i mandati di
cattura nei confronti di Thaqi, Ceku e Haradinaj, ricercati a Belgrado
per crimini di guerra.
Una cosa è certa
intervenendo nei Balcani gli USA e la NATO hanno legalizzato
l’illegalità. E i media hanno fatto il loro gioco.
http://www.cnj.it/documentazione/jtmv06.htm
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